28 Settembre 2008

Radio Deejay, il gigante ferito

Se la più grande radio privata perde di anno in anno centinaia di migliaia di ascoltatori, la colpa non è del presunto abbandono del mezzo da parte degli ascoltatori: le serie storiche non mostrano tracolli verticali e addirittura, al netto di prevedibili fluttuazioni stagionali, in alcuni periodi recenti hanno visto anche un allargamento della base di ascoltatori saltuari accanto al nucleo storico di fedelissimi.

Se la più grande radio privata perde di anno in anno centinaia di migliaia di ascoltatori, la colpa non è nemmeno di Audiradio: il metodo di rilevazione è imbarazzante per la sua aleatorietà, fatta di interviste di modesta validità scientifica, ma sul lungo termine le serie storiche di cui sopra possono persino permettere di individuare trend interessanti, che mostrino successi e sconfitte di programmi, idee e personaggi, prima ancora che delle emittenti prese come monoliti.

Se la più grande radio privata perde di anno in anno centinaia di migliaia di ascoltatori, la colpa non è nemmeno da attribuire alla validità dei suoi protagonisti: è vero che al microfono non ci sono più Fiorello, Scotti, Amadeus, Baldini, Jovanotti, Laurenti, Gialappa’s, Paoletta e molti altri dei “pilastri” storici dell’emittente, ma resistono strenuamente programmi di qualità quali quelli del direttore Linus o di Alessio Bertallot, che con i loro stili estremamente differenziati mostrano il sincretismo di una radio che vuole piacere a tante nicche diverse.

Se la più grande radio privata perde di anno in anno centinaia di migliaia di ascoltatori, la colpa è forse anche di questo sincretismo a tutti i costi in un mondo di crescenti specializzazioni (la radio “solo successi”, quella “solo dance”, la stazione “solo musica italiana” o quella “solo rock”). E Radio Deejay ormai è lontana anni luce da ciò che era ai tempi della sua fondazione: proprio la sua crescita esponenziale l’ha portata al dover “piacere a tutti, sempre”.

Se la più grande radio privata perde di anno in anno centinaia di migliaia di ascoltatori, la colpa è però soprattutto della sua eccessiva auto-referenzialità. Basti guardare l’ultima campagna televisiva, che si suppone fosse un investimento finalizzato a reclutare nuovi ascoltatori, per notare la sua completa incomprensibilità per i non adepti: per decifrarla è necessario essere del tutto coinvolti nel mondo dell’emittente e questo, francamente, è troppo.

Sicuramente la radio, rispetto alla televisione, ha la peculiarità (e la fortuna) di venire spesso ascoltata in maniera “verticale”, con fedeltà assoluta ad una radiostazione da ascoltare “quando si può”. Ma questo non può diventare il leit-motiv della propria esistenza e addirittura delle proprie campagne promozionali: altrimenti, chiunque sia in autostrada e incappi nell’incomprensibile Radio Deejay, scappa a gambe levate. Prova a prenderlo.

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    25 Giugno 2008

    Blog - Commenti = Più tempo libero

    La notizia del giorno sul Web italiano non è il compleanno del tumblelog Pollicinor (ci mancherebbe), quando il cambio radicale, in termini di piattaforma tecnologica ma soprattutto di modalità di gestione e di interfaccia, di Wittgenstein, il blog di Luca Sofri. Anche chi non fosse un fan del geniale filosofo austriaco non dovrebbe far fatica a riconoscere l’alta qualità dei post del giornalista televisivo: si tratta tipicamente di uno dei blog in cima alle classifiche nostrane stile BlogBabel e, una volta tanto, non è difficile domandarsi il perché.

    La peculiarità di Wittgenstein, per chi non lo conoscesse, è l’essere uno dei pochi blog italiani (sicuramente il più noto) senza commenti abilitati. I suoi lettori più affezionati, nel tempo, si sono dovuti auto-organizzare: Mr. Oz ha fondato Commenstein, sitarello poco frequentato ma utile per capire cosa pensano i lettori del sito originale dei vari temi messi in gioco sul blog originale. Su questa iniziativa sono frequenti le leggende metropolitane: c’è chi spergiura che Sofri sia un lettore assiduo e chi sostiene che non voglia nemmeno sentir nominare il fratello minore.

    La notiziona, ovviamente, ha ricevuto ampia eco sugli altri principali blog italiani. Le righe sino ad ora più commentate sembrerebbero quelle di Mantellini, con tanto di riavvio di una discussione basata sulle domande preferite dai blogger di tutto il mondo: “Cos’è un blog? Può definirsi blog un insieme di articoli senza ammenicoli quali trackback e commenti?”… Molti non si capacitano, infatti, della scelta di Sofri (confermata col nuovo template) di non raccogliere i commenti dei propri lettori: Wittgenstein viene spesso “declassato” a tumblelog, quando basterebbe rendersi conto che si tratta semplicemente di un blog “prima maniera”.

    Per un vip come Sofri, non aprire i commenti vuol dire risparmiare tempo e problemi. Vuol dire evitare diffide per sciocchezze scritte da qualcuno nei commenti, ma soprattutto risparmiare l’immensa quantità di tempo necessaria per leggerli, spulciarli e moderarli. Sofri non raccoglierebbe le migliaia di commenti di Beppe Grillo o le centinaia di Gigi Buffon, ma si ritroverebbe nel circolo (vizioso o virtuoso?) dello “Scrivo un post, ricevo i commenti, scrivo un post sui commenti, ricevo nuovi commenti”, abitudine su cui da un lato personaggi come Zoro hanno fondato il proprio successo, ma rispetto alla quale figure più celebri come Linus continuano a incespicare abitualmente.

    Pur continuando a domandarci dove i blogger trovino il tempo necessario per dispensare perle di saggezze kilometriche più volte al giorno, probabilmente non dovremmo sorprenderci del fatto che anche i più appassionati ormai preferiscano distribuire i propri pensieri attraverso Twitter e similari o appunto tramite tumblelog. C’è un patto diverso col lettore: io condivido con te i miei pensieri, ma non sono obbligato a leggere cosa tu possa pensarne, come avviene abitualmente coi blog. Un accordo tacito che probabilmente suonerà molto meno democratico rispetto ai blog “tradizionali” ma che, comunque, è un puro sollievo per chi nella vita fa anche altro oltre a bloggare.

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