25 Luglio 2008

La TV interattiva da Quizzy agli UGC

Luca Sofri pubblica un articolo cattivissimo sulla nascita di Rai4 ed in Rete parte il dibattito in merito all’idea di “televisione interattiva” che ha permeato il lancio ufficiale del nuovo canale. Niente di particolarmente innovativo, a dire il vero: Freccero pensa di lanciare una rete “per i giovani” e gli vengono in mente gli User generated contents. Pensa di proporli in salse diverse, anche se sembra finisca a fare una QOOB meno attraente sul target di destinazione.

Il primo autore illustre a cogliere la palla al balzo è stato Michele Boroni, che ha crudelmente riportato alla nostra mente un ricordo che avevamo rimosso: si tratta del Quizzy, l’oggetto dei desideri televisivi di molti dei bambini di inizio anni Novanta. Per chi non lo ricordasse: era un gadget lanciato come “telecomando interattivo”, capace di interagire con i quiz delle reti Fininvest direttamente da casa. Il telespettatore giochicchiava coi tasti in locale, poi trasmetteva telefonicamente i propri dati via telefono ad un numero 144, sperando in premi che, a quanto si è saputo successivamente, erano abbastanza immaginari.

Al di là dell’aggeggio semi-truffaldino, però, la storia di Quizzy vale soprattutto come metafora della voglia di interattività che ormai da un paio di decenni le reti televisive europee cercano di sfruttare a proprio favore. Che si tratti di mettere lo spettatore dietro la telecamera in stile YouTube o che si aspettino ansiosamente gli SMS premium dei televoti, il messaggio è chiaro: pur con risultati frequentemente scarsi, si cerca di rispondere al crollo degli spettatori mettendo gli spettatori stessi al centro della scena.

Idea che, tutto sommato, si trovava anche nelle bellicose dichiarazioni di Mike Bongiorno ai tempi del lancio del Quizzy: le motivazioni per cui la televisione dovrebbe essere interattive sono oggi quelle le stesse di allora, ma le innovazioni continuano a languire. Al lancio del Quizzy, il popolare presentatore si lanciò addirittura nel celebrare l’assimilabilità dell’interattività televisiva con quella del voto elettorale, allarmando sociologhi attenti come Omar Calabrese. La tecnologia non ha assecondato quella similitudine tra televisore ed urna elettorale: la politica, invece, sì.

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    25 Giugno 2008

    Blog - Commenti = Più tempo libero

    La notizia del giorno sul Web italiano non è il compleanno del tumblelog Pollicinor (ci mancherebbe), quando il cambio radicale, in termini di piattaforma tecnologica ma soprattutto di modalità di gestione e di interfaccia, di Wittgenstein, il blog di Luca Sofri. Anche chi non fosse un fan del geniale filosofo austriaco non dovrebbe far fatica a riconoscere l’alta qualità dei post del giornalista televisivo: si tratta tipicamente di uno dei blog in cima alle classifiche nostrane stile BlogBabel e, una volta tanto, non è difficile domandarsi il perché.

    La peculiarità di Wittgenstein, per chi non lo conoscesse, è l’essere uno dei pochi blog italiani (sicuramente il più noto) senza commenti abilitati. I suoi lettori più affezionati, nel tempo, si sono dovuti auto-organizzare: Mr. Oz ha fondato Commenstein, sitarello poco frequentato ma utile per capire cosa pensano i lettori del sito originale dei vari temi messi in gioco sul blog originale. Su questa iniziativa sono frequenti le leggende metropolitane: c’è chi spergiura che Sofri sia un lettore assiduo e chi sostiene che non voglia nemmeno sentir nominare il fratello minore.

    La notiziona, ovviamente, ha ricevuto ampia eco sugli altri principali blog italiani. Le righe sino ad ora più commentate sembrerebbero quelle di Mantellini, con tanto di riavvio di una discussione basata sulle domande preferite dai blogger di tutto il mondo: “Cos’è un blog? Può definirsi blog un insieme di articoli senza ammenicoli quali trackback e commenti?”… Molti non si capacitano, infatti, della scelta di Sofri (confermata col nuovo template) di non raccogliere i commenti dei propri lettori: Wittgenstein viene spesso “declassato” a tumblelog, quando basterebbe rendersi conto che si tratta semplicemente di un blog “prima maniera”.

    Per un vip come Sofri, non aprire i commenti vuol dire risparmiare tempo e problemi. Vuol dire evitare diffide per sciocchezze scritte da qualcuno nei commenti, ma soprattutto risparmiare l’immensa quantità di tempo necessaria per leggerli, spulciarli e moderarli. Sofri non raccoglierebbe le migliaia di commenti di Beppe Grillo o le centinaia di Gigi Buffon, ma si ritroverebbe nel circolo (vizioso o virtuoso?) dello “Scrivo un post, ricevo i commenti, scrivo un post sui commenti, ricevo nuovi commenti”, abitudine su cui da un lato personaggi come Zoro hanno fondato il proprio successo, ma rispetto alla quale figure più celebri come Linus continuano a incespicare abitualmente.

    Pur continuando a domandarci dove i blogger trovino il tempo necessario per dispensare perle di saggezze kilometriche più volte al giorno, probabilmente non dovremmo sorprenderci del fatto che anche i più appassionati ormai preferiscano distribuire i propri pensieri attraverso Twitter e similari o appunto tramite tumblelog. C’è un patto diverso col lettore: io condivido con te i miei pensieri, ma non sono obbligato a leggere cosa tu possa pensarne, come avviene abitualmente coi blog. Un accordo tacito che probabilmente suonerà molto meno democratico rispetto ai blog “tradizionali” ma che, comunque, è un puro sollievo per chi nella vita fa anche altro oltre a bloggare.

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