9 Agosto 2008

Diritto d’autore e vita da consulente

La posizione “ufficiale” della consulenza rispetto alla vicenda “Matteo Flora vs. Mondo” (per gli altri: Mediaset vs. YouTube) potrebbe essere quella di Annarellix: un articolo meditato, che esprime amarezza per una certa percezione collettiva che il mondo ha del nostro (sporco) lavoro. La difesa ufficiale del consulente di Mediaset è invece quella di Daniele Minotti, noto giurista e a sua volta consulente legale: anch’egli difende la vastissima categoria dei “consulenti”, leggendo ovviamente la vicenda da un punto di vista più approfondito e non fermandosi alle varie critiche del tipo “Venduti!”.

La difficoltà collettiva intrinseca nell’affrontare la vicenda deriva dal manto di mistero che ricopre la professionalità dei consulenti di alta direzione. Di coloro che, in ambito legale come HRM, con interessi in Area Commerciale o nei BPR, supportano le grandi aziende in operazioni delicate, propedeutiche a sviluppi importanti come quello di Mediaset (che potrebbe “guadagnare” 500 milioni di Euro dalla vicenda, cioè una cifra pari all’utile netto 2007). Di quei personaggi che rimangono nell’ombra, portando nella tomba segreti industriali, organizzativi e relativi alle Risorse coinvolte negli affari.

Vista la faccenda con l’occhio del consulente, se c’è una critica che si può fare a Lastknight, è proprio l’aver voluto raccontare troppo del proprio lavoro in pubblico. Non è un caso che il primo articolo sulla sua consulenza allo studio legale nominato da Mediaset, a metà luglio, sia stato salutato col sorriso dei suoi lettori abituali, mentre quelli successivi, in particolare quello di fine luglio, abbiano ricevuto centinaia di commenti furiosi. Matteo, che è un freelance, si è voluto esporre per mettere in risalto la quantità di lavoro richiestagli dalla faccenda, ma è rimasto scottato dal contatto col pubblico.

Il diritto d’autore, d’altronde, è il tipico campo in cui aziende, istituzioni e utenti finali hanno vision completamente diverse e difficilmente coniugabili. Le aziende hanno costruito un secolo di business su quello che, fino all’inizio del Novecento, era un settore industriale marginale. Oggi media ed editoria sono mercati che valgono tanto, che su quei diritti si confrontano quotidianamente con le istituzioni, che hanno serie difficoltà a regolamentare in maniera adeguata l’effervescente mercato in cui, come se non bastasse, i cittadini vogliono iniziare ad avere una voce, come utenti e come produttori di contents.

Alla fine proprio loro diventano il fulcro del problema: come nota Sp0nge, sono gli utenti finali che, invece di pubblicare i filmatini delle vacanze, si dilettano a uploadare i filmati di Mediaset, trascurando del tutto il tema del diritto d’autore. Non c’è consulente che tenga: Flora ha potuto solo censire cosa “la folla” ha fatto degli spezzoni Mediaset. Non è un caso che, nella querelle Viacom vs. YouTube, sia emersa la vera intenzione del gigante statunitense: verificare se alcuni video siano stati caricati anche da staff Google o da privati. Nel primo caso (e ciò potrebbe valere anche per Mediaset), ci sarebbe dolo.

Il mondo dei media evolve rapidamente e non si può non condividere l’analisi di Massimo Gramellini sulla trasformazione del gruppo editoriale della famiglia Berlusconi da pirata dell’etere a organizzazione che lotta contro i concorrenti più subdoli del momento, quelle Internet company che hanno capito la rilevanza del mercato ed operano borderline con le regole del diritto d’autore per rubare loro la linfa vitale, quella del mercato pubblicitario. L’attenzione degli utenti è poca e preziosa: è ormai evidente che broadcaster tradizionali e piattaforme di videosharing siano più concorrenti di quanto possa sembrare.

Una delle maggiori critiche fatte a Mediaset, d’altronde, è il frequente ricorso, durante le proprie trasmissioni, a spezzoni presi da YouTube. Un meccanismo che a molti sembra speculare alla presenza di contenuti Mediaset su YouTube e similari, ma che in realtà presenta un problema di fondo: Mediaset di solito trasmette video semi-privati pubblicati tramite YouTube, mentre YouTube ospita filmati di proprietà di Mediaset. Fin quando si continuerà a confondere i due piani, ci si fermerà a discutere di diritto d’autore come se si parlasse del capocannoniere del campionato di calcio al bar sotto casa.

Il diritto d’autore, invece, è cosa seria e (perché no) giusta. Produrre un articolo, un video, una canzone, una foto, può essere un’attività professionale e come tale merita di essere preservata. Sono anni che ci si lamenta della SIAE, ma non se ne viene a capo: il mercato dei diritti d’autore deve essere seriamente rivisto e ciò deve essere fatto a livello europeo. L’Italia seguirà a ruota, ma si spera in maniera coscienziosa: troppe persone ormai vivono di diritti d’autore, in maniera più o meno indiretta. Se YouTube non ha bisogno di molte Risorse umane, Mediaset e Viacom sì… E di molti consulenti, oh.

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    5 Luglio 2008

    La TV italiana di fine 2008: cosa aspettarsi

    Nelle ultime settimane TVBlog ha illustrato i prossimi palinsesti autunno-inverno. Con la consueta attenzione per i dettagli, gli autori del blog televisivo più famoso d’Italia sono riusciti a trasmettere ad un ampio pubblico ciò che un tempo era destinato agli addetti ai lavori: i risultati degli incontri tra investitori pubblicitari, concessionarie pubblicitarie ed editori televivi nazionali, frammezzati da aggiornamenti sull’involuzione in corso in casa La7 e da interviste ai protagonisti dell’industria televisiva.

    Prendiamo, ad esempio, quella a Carlo Bixio, patron di Publispei, alias una delle case di produzione nostrane più quotate sul panorama europeo della fiction. Dall’alto del successo di serie come Un medico in famiglia o I Cesaroni, Bixio riesce a tracciare in poche parole la dinamica più importante dello scenario competitivo: Sky ruba spettatori giovani a Mediaset, Mediaset deve iniziare a rubare un po’ del pubblico Rai per continuare a garantire un numero sufficiente di eyeballs ai suoi investitori.

    Su questo sfondo si muoveranno i personaggi più celebri del piccolo schermo: vecchie glorie riesumate e scalpitanti primedonne contemporanee insieme per affrontare il grande spauracchio collettivo, cioè la fuga del pubblico dalla televisione e dalle reti generaliste in particolare. Fuga prevista, tra l’altro, da parte dei target più ambiti dai pubblicitari, cioè coloro che proprio in base al maggiore potere d’acquisto possono acquistare contenuti televisivi a pagamento o ricorrere a forme di intrattenimento diverse.

    Non si può non leggere in quest’ottica, d’altronde, la saggia idea di Mediaset di puntare con decisione sugli investimenti del digitale terrestre a pagamento: sulla lunga distanza, 100.000 spettatori di un canale a pagamento contano molto di più di un risultato magari 30 volte maggiore (ma tendenzialmente insignificante) sulle TV generaliste. La nascita di Digitalia ‘08 accanto all’ingombrante sorella maggiore Pubblitalia ‘80, d’altronde, dimostra come per le reti del futuro i canali a valore aggiunto possano rappresentare il mix perfetto di introiti da abbonamenti e da flussi pubblicitari.

    Ma se i contenuti più pregiati migrano su questi canali, cosa rimane alle reti formato famiglia? Sicuramente, fiction a volontà: non esiste palinsesto autunno-inverno che non ricorra ampiamente a questo tipo di programma, sia esso prodotto di importazione (vedi Rai Due e Italia Uno) o prodotto direttamente dalla reti più importanti (Rai Uno in primis), che poi possono trasmettere a ripetizione gli episodi dei polpettoni nazional-popolari di maggior successo.

    L’altro ingrediente di cui gli Italiani godranno (?) in maniera diffusa saranno i varietà, declinati nelle più ampie tipologie: un po’ meno reality show del passato, un po’ più di trasmissioni strappa-lacrime in cui puntare dritti al cuore del target maturo che rimarrà davanti alla TV nelle fredde notti di fine 2008. Maria De Filippi a tutte le ore, ma anche Raffaella Carrà recuperata dal sarcofago delle star in disuso, mixate con i personaggi in fuga da La7: si parla di un sacrificatissimo Chiambretti in versione Affari Tuoi, ma anche di una Bignardi in versione talk show in Rai.

    Nulla di clamorosamente nuovo sotto il sole, insomma: tante edizioni nuove di programmi vecchi, magari di decenni (alzi la mano chi non pensa a Striscia la Notizia). Sarà un altro periodo di garanzia che, senza troppe pretese, permetterà ai broadcaster di scivolare velocemente verso la tanto attesa migrazione totale al digitale terrestre, unico piccolo-grande evento che toccherà davvero in profondità il mercato televisivo nostrano: fino ad allora, tanta sonnolenza in prima serata. Gratis.

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    5 Giugno 2008

    Televisione digitale terrestre e IPTV: la sfida continua

    Dove saranno finiti i profeti dell’IPTV che nel 2005 prevedevano un’esplosione, proprio nei mesi che stiamo vivendo oggi, degli abbonati alla TV via cavo? Facile: sono passati a prevedere boom ancora maggiori da qui ai prossimi anni. Previsioni, bisogna dire, abbastanza fantasiose: fino ad ora la mini-impennata delle sottoscrizioni (ma si parla sempre di centinaia di migliaia di utenti, non certo di decine di milioni), è dovuta esclusivamente alle offerte semi-gratuite dei 4 principali operatori (Telecom Italia, Fastweb, Wind, Tiscali), che stanno provando a penetrare il mercato continuando a inseguire il mito del triple play.

    Piacciono a molti la pubblicità di Diego Abatantuono per la TV di Alice o di Valentino Rossi per quella di Fastweb: nel concreto, però, le attivazioni stanno avvenendo più per il pressante pressing dei call center outbound nel proporre offerte “a tutto tondo” che per un effettivo interesse delle famiglie. I vantaggi del mezzo, infatti, sono tutti da dimostrare: Fastweb punta tutto sulla presenza di Sky (sigh) nel proprio bouquet e Alice sulla monumentale (?) offerta on demand, mentre Infostrada e Tiscali si stanno ancora chiarendo le idee. Inutile anche aggiungere che il continuare a definire “banda larga” l’ADSL non aiuta nella qualità del servizio.

    Gli esperti del mercato sottolineano che l’unico servizio che abbia un certo seguito sia il servizio di digital recording delle trasmissioni analogiche offerto da Fastweb con sommo sprezzo dei diritti d’autore delle reti originali. Qualcosa di non troppo dissimile da Ricky Records, che tuttavia consente il consistente vantaggio di poter acquistare trasmissioni spot e senza un contratto così forte come quello che gli utenti delle varie IPTV italiane devono sottoscrivere anche solo per godere dei periodi di gratuità dell’offerta. Gli investimenti per l’IPTV, d’altronde, sono corposi ed è bene garantirsi la fedeltà dei propri sottoscrittori, anche di quelli “per caso”.

    In uno scenario simile, i detentori dei diritti televisivi si leccano i baffi. C’è sete di contenuti ed è difficile che, oltre alle infrastrutture, le TelCo inizino ad investire pesantemente nella produzione di contenuti. Più facile, appunto, “rubarli” o semplicemente stringere accordi per includere nelle offerte IPTV canali già presenti su altre piattaforme. Ed è qui che il digitale terrestre fa il suo ingresso trionfale: il suo destino di piattaforma ufficiale per televisioni e televisori europei fa sì che attori che stanno interpretando correttamente le tendenze del mercato come Mediaset si troveranno a divenirne leader non solo nella propria piattaforme nativa, ma anche in quelle alternative.

    Sarebbe ora che anche la Rai si desse una svegliata, invece di continuare ad infilarsi in vicoli ciechi come quello della brutta storia della “sperimentazione” dell’alta definizione in vista degli imminenti Europei di calcio. Fino ad ora solo Telecom Italia Media, con iniziative tipo Qoob e La7 CartaPiù, è sembrata cavalcare l’onda del digitale terrestre in maniera almeno paragonabile (con le necessarie proporzioni) a quella di Mediaset. Il digitale terrestre, nella sua bruttezza tecnologica, è il nuovo eldorado televisivo italiano ed è bene adeguarsi: poi è bene che esistano offerte alternative come quelle via IPTV, sperando che siano alternativi anche i contenuti.

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    1 Febbraio 2008

    Con Premium Gallery Mediaset fa sul serio

    I ragionamenti di qualche giorno fa a proposito della “televisionizzazione” della società italiana avevano come protagonista principale Mediaset, che sicuramente negli anni è stata l’alfiere della televisione gratuita di medio profilo criticata in quella sede. Bisogna ammettere, però, che l’azienda in questione sia stata anche l’unica che ha provato ad innovare, puntando sullo sviluppo tecnologico, nell’ambito della TV a pagamento. Non bisogna risalire a Telepiù analogica per apprezzare gli sforzi del Biscione nel proporre nuovi modelli televisivi ai suoi spettatori e nuove opportunità di business ai suoi clienti: basti ricordare gli sforzi iniziati qualche anno fa nel creare il “mondo” di Mediaset Premium.

    Un ecosistema particolare sin dall’inizio, quello di Mediaset Premium: basato su una tecnica del tutto nuova per gli italiani (il famigerato digitale terrestre) e inserito in un contesto tecnologico di grande spessore. Un sistema capace di gestire al millesimo la complessità di milioni di tessere prepagate acquisite da famiglie di ogni fascia sociale (comprese quelle formate da persone solitamente tagliate fuori dagli standard culturali di Sky) con sistemi di pagamento eterogenei (non solo negozi specializzati e non, ma anche Bancomat e ricariche a distanza), su un’offerta complessa in maniera progressiva e crescente. Un tentativo, se vogliamo, di far risollevare l’azienda Mediaset, maltrattata in Borsa anche per la sua eterna crisi di identità.

    Premium è stata in questi anni una babele posta sotto il logo rassicurante di Mediaset, condita da quei contenuti televisivi che tanto piacciono alle famiglie italiane (vedi calcio e reality show), antagonista rispetto alla “spocchiosità” di Sky. La piattaforma satellitare, infatti, ha nel tempo cercato di ampliare il suo bacino (ancora una volta col calcio, inutile dirlo), ma è riuscita a fidelizzare solamente il pubblico degli utenti più sofisticati, quello degli appassionati di eleganti film d’autore e di avvincenti serie TV di chiara derivazione hollywoodiana. Quegli stessi ingredienti che ora Mediaset sta dosando in Premium Gallery, la nuova offerta che, partendo dal digitale terrestre, presto finirà nell’offerta di Sky a fare da cavallo di Troia targato Mediaset.

    Steel, Mia e Joi diventeranno presenze costanti sui televisori degli italiani: sono il primo passo verso la pay-TV di massa, che però finalmente punta sulla qualità dei contenuti e non sull’appeal nazional-popolare da Grande Fratello 24/7. Gli eleganti spot con Uma Thurman e Hugh Laurie realizzati da SaffirioTortelliVigoriti, per quanto un po’ troppo simili come idea creativa a quelli visti con Pelé e calciatori italiani appena qualche mese fa, rappresentano un primo assaggio dello stile dell’offerta Mediaset Premium Gallery: low cost sì (appena 8 Euro al mese), ma succosa. Una bella ventata di rinnovamento per Mediaset, per il benedetto digitale terrestre e per tutta la televisione italiana. Funzionerà?

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    17 Giugno 2007

    Ricky Records, la televisione senza televisore

    Il logo di Ricky RecordsDopo un po’ di mesi di rodaggio, si può dire che Ricky Records, la piattaforma italiana di Digital Video Recording remoto che ha rappresentato l’avanguardia di questo tipi di servizi nel nostro Paese, è oggi stabile ed affidabile. L’idea è semplice e già vista all’estero, ma quest’applicazione italiana ha dei punti di merito che possono essere apprezzati ed esportati in tutta Europa: lo standard tecnologico sottostante è quello del digitale terrestre, che garantisce una buona qualità delle registrazioni ed una discreta compatibilità con i più diffusi sistemi casalinghi, vista l’esportabilità dei filmati prodotti direttamente su DVD.

    La semplicità tecnologica, d’altra parte, è uno dei vantaggi di questo sistema: la scelta tra i formati disponibili viene guidata e spiegata in termini di qualità percepita. Accanto al formato digitale di alta qualità, infatti, vengono offerte due alternative che garantiscono risultati più modesti, ma sufficienti per essere viste via PC. Questa flessibilità garantisce ai clienti anche la possibilità di evitare download da 2 GigaByte, in favore di file compressi della metà o addirittura di due terzi. La possibilità di utilizzare download manager come il “solito”, grandioso, GetRight, evita di dover cestinare file che si scoprono rovinati o incompleti a causa dei tradizionali problemi di gestione dei grossi download da parte dei browser.

    I prezzi del servizio variano in base a queste differenziazioni di qualità e dipendono dalle modalità di pagamento scelte: si va da 3 Euro per l’acquisto di un programma in alta qualità pagato via telefonata all’899, fino ai 40 centesimi per ognuno dei programmi low-fi acquistabili con una “ricarica” da 50 Euro pagabile via PayPal. La scelta è per ora limitata ai principali canali televisivi nazionali: le tre reti Rai, le tre reti Mediaset, La 7. Su questo punto, effettivamente, si potrebbe osare di più: proprio perché il segnale di origine è quello del digitale terrestre, si potrebbe inizialmente ampliare il bouquet almeno ad altri canali disponibili su quelle frequenze.

    Riassumendo, il progetto è ad un buono stadio di sviluppo e può continuare a crescere bene, come e più dei siti che offrono servizi analoghi, ma in streaming. Accanto a punte di eccellenza come l’assistenza puntuale tramite il forum pubblico (un ottimo esempio di trasparenza), ci sono aree di miglioramento come la promozione del servizio stesso: più che la campagna in giro per i siti RCS/Dada, forse sarebbe stato più utile concentrare i fondi sull’avvio di un programma pay-per-action. Tuttavia, è opportuno dare fiducia al servizio ed a chi l’ha fondato, sperando che i crediti saggiamente distribuiti gratuitamente all’atto dell’iscrizione, non spingano troppi Furbetti del Webbetino a sottoscrivere troppi fake account con e-mail fantasma.

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