14 Settembre 2008

Tutti al Milano Film Festival!

Furoreggia da qualche ora a Milano la tredicesima edizione del Milano Film Festival, la maratona cinematografica che anche quest’anno terrà svegli i milanesi sino a tarda notte grazie a proiezioni, dibattiti, dj set, concerti. Un evento assolutamente imperdibile per chiunque graviti in Lombardia e dintorni: che si sia raffinati cinefili o adolescenti in calore, si noterà che gli spunti non mancano per nessuno.

L’ampio cartellone, infatti, spazia dal tradizionale concorso di cortometraggi ad una selezione poliedrica di lungometraggi (opere prime), passando per diversi percorsi tematici sponsorizzati e da una retrospettiva su Terry Gilliam che non ha precedenti nella storia: lo stesso regista, presente oggi al Teatro Strehler, si è meravigliato per un tributo talmente ampio e per il notevole affetto del pubblico.

Interessante notare che il pubblico del Milano Film Festival non è variegato solo in termini di interessi culturali, ma anche di età: la coesistenza di film d’essai e di aperitivi all’aperto riesce ad attrarre allo stesso tempo liberi professionisti e studenti universitari come raramente avviene in una città così grande e frammentata come può essere Milano (specie in periodo di ripresa delle attività dopo l’estate).

Per il resto, la bella cornice di Brera (gli eventi si svolgono tra Piccolo, Parco Sempione e Del Verme) ed un abbonamento da 20 Euro (in convenzione con la card de La Feltrinelli) meritano di visitare la rassegna con occhio curioso, anche solo per i corti: alcuni di una bruttezza allucinante, altri romanticamente deliziosi, in particolare le animazioni che si stagliano un palmo sopra gli altri corti in concorso.

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    3 Dicembre 2007

    La mostra complessa sul decennio lungo del secolo breve

    Merita una visita annisettanta - Il decennio lungo del secolo breve, la mostra inaugurata a fine ottobre alla Triennale di Milano. Fino a fine marzo, infatti, si ha la possibilità di immergersi nel clima, nei tempi e negli stili di quel decennio così rilevante per la nostra storia recente: presentando questa mostra, il Presidente del Consiglio di Amministrazione della Triennale, Davide Rampello, ha definito gli «Anni Settanta il decennio più importante del secondo dopoguerra» e in effetti tutto l’allestimento restituisce ai visitatori il senso del “peso” che quella decade ha avuto sul nostro immaginario, sui nostri costumi, sulla nostra visione del mondo contemporaneo. Un “decennio” che la mostra fa iniziare nel 1969 e terminare nel 1980, un ponte che va dalle ferite del Vietnam ai primordi dell’edonismo reaganiano.

    La peculiarità di questa mostra è soprattutto nella tipologia di opere esposte: non si tratta di un evento-reliquiario come molti possono immaginare sulla carta, visto che gli oggetti d’epoca sono veramente pochi, tendenti al nulla; non si tratta nemmeno di una mostra d’arte contemporanea in senso stretto, sebbene intere aree siano dedicate ad opere d’arte prodotte negli stili più variegati e negli anni più svariati (si parte dagli anni Settanta, ma si arriva anche ad opere prodotte nel XXI secolo, non senza qualche forzatura). Sicuramente la mostra si può definire “evento multimediale”, vista l’ampia disponibilità di materiali audiovisivi; molto meno attendibile l’etichetta di “evento memorabile”, visto che, tutto sommato, la stessa Triennale ha nel tempo prodotto mostre che lasceranno tracce più forti nella nostra mente.

    Ciò che i visitatori della mostra non potranno dimenticare, tra l’altro, è il senso di acuto pessimismo che l’intera mostra proietta sul visitatore: dimenticatevi figli dei fiori e zampe d’elefante, visto che il tema dominante della mostra sembra essere il terrorismo ed in particolare il sequestro Moro. Statisticamente, almeno la metà delle installazioni hanno un qualche riferimento alla faccenda: alcune (vedi “3,24 mq”, che è la riproduzione 1:1 della “cella” di Aldo Moro) ne parlano in maniera esclusiva, in altre frammenti di questo dramma collettivo esplodono e deflagrano come incubo dominante di quel decennio e (correttamente?) dell’intera mostra. Molto meno presenti, invece, gli sprizzi di positività dell’epoca: l’immaginario glamour tanto tornato di moda negli ultimi anni emerge praticamente solo nell’installazione dedicata a Fiorucci.

    Nel complesso, dunque, annisettanta è una mostra che deve essere vissuta, spremuta e interiorizzata con attenzione: è facile rimanere turbati dalle copertine di Cannibale, ma si può anche sorridere scorrendo quelle dei tanti periodici nati in quel periodo; si può rimanere rattristiti dal velo di pesantezza calato sui Carosello selezionati da Gianni Canova per dimostrare la scoperta del “cibo industriale” degli italiani nei Settanta, ma poi ci si potrà divertire a scorrere gli albi delle figurine Panini. Si tratta di un decennio complicato e la mostra, ampliandone i confini, lo rende ancora più complesso: sia onore ai creatori di annisettanta per il coraggio dimostrato nel metterci di fronte alle assurdità del nostro passato recente. In attesa che, non è difficile intuirlo, dopo gli anni Sessanta e gli anni Settanta, la Triennale possa dedicare un evento ai tanto bistrattati anni Ottanta.

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