8 Novembre 2007

Enzo Biagi e gli altri reduci di un mondo che non esiste più

Nell’effluvio di dossier, speciali televisivi, approfondimenti giornalistici, coccodrilli scongelati al momento giusto e prefiche tardive, il buon Enzo Biagi è stato meritatamente portato sugli allori dopo anni di ingiustificato purgatorio. Chi l’aveva accusato di eccessiva faziosità, chi l’aveva epurato dagli schermi televisivi, chi in fin dei conti aveva sempre sperato che questo vecchietto volesse andare in pensione in santa pace invece di continuare ad insistere per un nuovo programma televisivo, ora si strappa le vesti e nega il passato, anche quello più recente. Chi l’ha seguito, chi è cresciuto guardando i suoi programmi TV o La storia d’Italia a fumetti, può solo piangere la sua scomparsa e rimanere perplesso di cotanto movimento.

Vivere la morte di Enzo Biagi come quella di un personaggio pubblico invece che di un essere umano qualunque rende onore all’importanza che il giornalista ha assunto nella storia culturale del nostro Paese; carica tuttavia di significati eccessivamente politici la scomparsa di un grande uomo di comunicazione. Enzo Biagi era un partigiano: lo era dentro, lo era fino in fondo e fin dopo la morte, come le note di Bella Ciao ci hanno ricordato oggi. Era però anche un uomo equilibrato ed un professionista affidabile: affondava le penna nell’inchiostro, non la lama dell’offesa, nei confronti di coloro che riteneva non tanto nemici personali, quanto persone che attentavano ai principi democratici della sua Italia, quella che aveva contribuito a rifondare dopo la barbarie totalitarista.

Enzo Biagi è purtroppo uno degli ultimi reduci di un mondo che ci sta lasciando, quello di chi è nato nei primi decenni del XX secolo ed ha vissuto sulla propria pelle le contraddizioni del Fascismo prima e la durezza della Seconda Guerra Mondiale poi, ma anche il senso di sfida che quella generazione ha lanciato ai propri padri durante gli anni della Ricostruzione. Quelle persone non solo ci hanno lasciato in eredità l’impianto politico ed economico della società attuale, ma sono riuscite anche ad importare o creare ex novo nuovi modelli di condivisione dell’informazione: sono coloro che sono nati professionalmente sui quotidiani e poi sono riusciti a consolidare il ruolo della radio, affermare l’affidabilità della televisione, diffondere la cultura dei periodici di approfondimento.

Provando a guardare anche solo gli anni più recenti, basta guardare agli anni dell’editto di Sofia verso Biagi per accorgersi di quanto seguito avesse Enzo Biagi ai tempi de Il Fatto: un’affidabilità costruita negli anni, pari solo a quella di alcuni professionisti della sua generazione che nel Dopoguerra si sono affermati nei più svariati settori industriali e culturali. La sua peculiarità, rispetto ai suoi coetanei, sta nel fatto che Biagi si è creato diversi megafoni ed ha saputo utilizzarli con caparbia e sagacia: il suo insegnamento, per chi si occupa di comunicazione, rimane perciò insostituibile e degno di nota. Anche in rispetto della memoria di tutti gli altri reduci, partigiani e non, di quel piccolo scrigno eccezionale che era l’Italia degli anni d’oro.

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    30 Agosto 2007

    Franco Carlini: addio ad un maestro

    Chiunque si sia occupato di ricerca scientifica su comunità virtuali, vita in Rete, fenomeni e tendenze del Web durante gli anni Novanta, ricorderà un numero limitato di fonti attendibili. Oltreoceano regnavano gli autori che poi sono diventati i classici del genere (Howard Rheingold, Allucquére Rosanne Stone, Sherry Turkle e pochi altri); in Europa si faceva decisamente fatica a trovare autori affidabili, preparati, indipendenti. La febbre montante stava d’altronde rapidamente corrompendo professori universitari e consulenti tradizionali: tutti occupati a spergiurare in favore di dot-com da quotare.

    In Italia, lentamente, si creò un piccolo gruppo di riferimento. Sui quotidiani, il primo a raccontare di reti civiche e storie di Rete fu Beppe Caravita: ogni suo articolo era una piccola oasi per chi veniva divorato dalla curiosità verso questi lidi per i tempi ancora relativamente nuovi. Ma la ricerca ha bisogno di libri per essere ritenuta credibile: Franco Carlini, Fabio Metitieri, Mafe De Baggis e pochissimi altri riuscirono a razionalizzare la loro esperienza in Rete e dare avvio ad una mai abbastanza ampia serie di testi utili per segnalare all’Accademia l’importanza di virtualità e dintorni, oltre l’hype del periodo.

    È stata una strana (ed affascinante) sensazione, in questi anni, scoprire che Mafe non fosse una cariatide da Ateneo ma una giovane sciura disponibile a raccontarsi sul suo blog; che Metitieri non fosse uno scrittore irragiungibile ma un lettore disposto a leggere e commentare i blog più famosi come tutti gli altri utenti; che Franco fosse al tempo stesso l’ideatore di iniziative folli come Trash.it e contemporaneamente, continuando a scrivere su Corriere della Sera e Manifesto, il signore dietro progetti aziendali come Tel&Co.

    Oggi tutti piangiamo la morte di quest’ultimo personaggio. Tutti, compresi quelli che negli ultimi anni lo hanno letteralmente distrutto ogni volta che nei suoi articoli cercava di moderare gli entusiasmi a proposito delle tendenze del Web. Lo piangono giornalisti come Zambardino e blogger come Mantellini: qui su .commEurope lo si ricorda con uno degli ultimissimi editoriali, in cui come al solito esprimeva una posizione poco popolare, ma chiara e distinta. Chi l’ha criticato così tanto in questi anni (basti guardare i trackback all’articolo di Mauro Lupi su Carlini pubblicato lo scorso marzo) ed ora si atteggia a prefica, invece, il ricordo non lo merita proprio: meglio dimenticare.

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