5 Luglio 2008

La TV italiana di fine 2008: cosa aspettarsi

Nelle ultime settimane TVBlog ha illustrato i prossimi palinsesti autunno-inverno. Con la consueta attenzione per i dettagli, gli autori del blog televisivo più famoso d’Italia sono riusciti a trasmettere ad un ampio pubblico ciò che un tempo era destinato agli addetti ai lavori: i risultati degli incontri tra investitori pubblicitari, concessionarie pubblicitarie ed editori televivi nazionali, frammezzati da aggiornamenti sull’involuzione in corso in casa La7 e da interviste ai protagonisti dell’industria televisiva.

Prendiamo, ad esempio, quella a Carlo Bixio, patron di Publispei, alias una delle case di produzione nostrane più quotate sul panorama europeo della fiction. Dall’alto del successo di serie come Un medico in famiglia o I Cesaroni, Bixio riesce a tracciare in poche parole la dinamica più importante dello scenario competitivo: Sky ruba spettatori giovani a Mediaset, Mediaset deve iniziare a rubare un po’ del pubblico Rai per continuare a garantire un numero sufficiente di eyeballs ai suoi investitori.

Su questo sfondo si muoveranno i personaggi più celebri del piccolo schermo: vecchie glorie riesumate e scalpitanti primedonne contemporanee insieme per affrontare il grande spauracchio collettivo, cioè la fuga del pubblico dalla televisione e dalle reti generaliste in particolare. Fuga prevista, tra l’altro, da parte dei target più ambiti dai pubblicitari, cioè coloro che proprio in base al maggiore potere d’acquisto possono acquistare contenuti televisivi a pagamento o ricorrere a forme di intrattenimento diverse.

Non si può non leggere in quest’ottica, d’altronde, la saggia idea di Mediaset di puntare con decisione sugli investimenti del digitale terrestre a pagamento: sulla lunga distanza, 100.000 spettatori di un canale a pagamento contano molto di più di un risultato magari 30 volte maggiore (ma tendenzialmente insignificante) sulle TV generaliste. La nascita di Digitalia ‘08 accanto all’ingombrante sorella maggiore Pubblitalia ‘80, d’altronde, dimostra come per le reti del futuro i canali a valore aggiunto possano rappresentare il mix perfetto di introiti da abbonamenti e da flussi pubblicitari.

Ma se i contenuti più pregiati migrano su questi canali, cosa rimane alle reti formato famiglia? Sicuramente, fiction a volontà: non esiste palinsesto autunno-inverno che non ricorra ampiamente a questo tipo di programma, sia esso prodotto di importazione (vedi Rai Due e Italia Uno) o prodotto direttamente dalla reti più importanti (Rai Uno in primis), che poi possono trasmettere a ripetizione gli episodi dei polpettoni nazional-popolari di maggior successo.

L’altro ingrediente di cui gli Italiani godranno (?) in maniera diffusa saranno i varietà, declinati nelle più ampie tipologie: un po’ meno reality show del passato, un po’ più di trasmissioni strappa-lacrime in cui puntare dritti al cuore del target maturo che rimarrà davanti alla TV nelle fredde notti di fine 2008. Maria De Filippi a tutte le ore, ma anche Raffaella Carrà recuperata dal sarcofago delle star in disuso, mixate con i personaggi in fuga da La7: si parla di un sacrificatissimo Chiambretti in versione Affari Tuoi, ma anche di una Bignardi in versione talk show in Rai.

Nulla di clamorosamente nuovo sotto il sole, insomma: tante edizioni nuove di programmi vecchi, magari di decenni (alzi la mano chi non pensa a Striscia la Notizia). Sarà un altro periodo di garanzia che, senza troppe pretese, permetterà ai broadcaster di scivolare velocemente verso la tanto attesa migrazione totale al digitale terrestre, unico piccolo-grande evento che toccherà davvero in profondità il mercato televisivo nostrano: fino ad allora, tanta sonnolenza in prima serata. Gratis.

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    5 Giugno 2008

    Televisione digitale terrestre e IPTV: la sfida continua

    Dove saranno finiti i profeti dell’IPTV che nel 2005 prevedevano un’esplosione, proprio nei mesi che stiamo vivendo oggi, degli abbonati alla TV via cavo? Facile: sono passati a prevedere boom ancora maggiori da qui ai prossimi anni. Previsioni, bisogna dire, abbastanza fantasiose: fino ad ora la mini-impennata delle sottoscrizioni (ma si parla sempre di centinaia di migliaia di utenti, non certo di decine di milioni), è dovuta esclusivamente alle offerte semi-gratuite dei 4 principali operatori (Telecom Italia, Fastweb, Wind, Tiscali), che stanno provando a penetrare il mercato continuando a inseguire il mito del triple play.

    Piacciono a molti la pubblicità di Diego Abatantuono per la TV di Alice o di Valentino Rossi per quella di Fastweb: nel concreto, però, le attivazioni stanno avvenendo più per il pressante pressing dei call center outbound nel proporre offerte “a tutto tondo” che per un effettivo interesse delle famiglie. I vantaggi del mezzo, infatti, sono tutti da dimostrare: Fastweb punta tutto sulla presenza di Sky (sigh) nel proprio bouquet e Alice sulla monumentale (?) offerta on demand, mentre Infostrada e Tiscali si stanno ancora chiarendo le idee. Inutile anche aggiungere che il continuare a definire “banda larga” l’ADSL non aiuta nella qualità del servizio.

    Gli esperti del mercato sottolineano che l’unico servizio che abbia un certo seguito sia il servizio di digital recording delle trasmissioni analogiche offerto da Fastweb con sommo sprezzo dei diritti d’autore delle reti originali. Qualcosa di non troppo dissimile da Ricky Records, che tuttavia consente il consistente vantaggio di poter acquistare trasmissioni spot e senza un contratto così forte come quello che gli utenti delle varie IPTV italiane devono sottoscrivere anche solo per godere dei periodi di gratuità dell’offerta. Gli investimenti per l’IPTV, d’altronde, sono corposi ed è bene garantirsi la fedeltà dei propri sottoscrittori, anche di quelli “per caso”.

    In uno scenario simile, i detentori dei diritti televisivi si leccano i baffi. C’è sete di contenuti ed è difficile che, oltre alle infrastrutture, le TelCo inizino ad investire pesantemente nella produzione di contenuti. Più facile, appunto, “rubarli” o semplicemente stringere accordi per includere nelle offerte IPTV canali già presenti su altre piattaforme. Ed è qui che il digitale terrestre fa il suo ingresso trionfale: il suo destino di piattaforma ufficiale per televisioni e televisori europei fa sì che attori che stanno interpretando correttamente le tendenze del mercato come Mediaset si troveranno a divenirne leader non solo nella propria piattaforme nativa, ma anche in quelle alternative.

    Sarebbe ora che anche la Rai si desse una svegliata, invece di continuare ad infilarsi in vicoli ciechi come quello della brutta storia della “sperimentazione” dell’alta definizione in vista degli imminenti Europei di calcio. Fino ad ora solo Telecom Italia Media, con iniziative tipo Qoob e La7 CartaPiù, è sembrata cavalcare l’onda del digitale terrestre in maniera almeno paragonabile (con le necessarie proporzioni) a quella di Mediaset. Il digitale terrestre, nella sua bruttezza tecnologica, è il nuovo eldorado televisivo italiano ed è bene adeguarsi: poi è bene che esistano offerte alternative come quelle via IPTV, sperando che siano alternativi anche i contenuti.

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    16 Febbraio 2008

    L’affaire Barnard - Gabanelli e la tutela dei giornalisti

    La vicenda che più ha toccato la Rete in questi giorni l’ha sintetizzata in poche parole Filippo Facci questa sera, su Macchianera:

    «un giornalista fa un’inchiesta per Report che viene apprezzata, mandata in onda, lodata, perciò replicata due anni dopo, ma a un certo punto querelata; e la Rai e la Gabanelli non solo abbandonano il giornalista al suo destino, ma gli comunicano che nel caso si rivarranno su di lui.»

    Facci ha il dente avvelenato contro la Rai: la richiesta di 10 milioni di Euro di danni è stato uno dei tormentoni precedenti della Rete. Le origini della vicenda-Facci non sono dissimili da quella di Barnard: ma se nel caso di Facci si tratta di una presa di posizione della Rai in quanto soggetto offeso, in quello di Barnard subentra il problema del contenuto scatenante. Facci aveva dato della cloaca alla TV di Stato, Barnard aveva denunciato il comparaggio nel settore farmaceutico rendendo la Rai meritevole di attenzione nel suo svolgimento del ruolo difficile di “servizio pubblico”. Un gesto nobile, di “vera” informazione, che la Rai doveva difendere sino in fondo, in tutte le sedi di giudizio: al contrario, l’Azienda ha promesso al giornalista di rivalersi nei suoi confronti.

    È pur vero che Paolo Barnard avrà dei propri interessi in gioco, visto che scrive da anni a destra e manca per accusare la Gabanelli di infiniti misfatti: tuttavia, nel momento in cui ha realizzato il servizio contro le multinazionali del farmaco, era un autore Rai a tutti gli effetti, come tutti gli altri. Che poi sia andato via da Report per oscuri motivi personali (il che porta l’acredine tra l’autore e la conduttrice a punte eccessive), poco importa: la sua “famosa” lettera riporta fatti, date e considerazioni condivisibili a proposito del ruolo della Rai e dei rapporti con i tanti (troppi) giornalisti free-lance che collaborano con le sue trasmissioni di punta. Viene da domandarsi, tra l’altro, di cosa si occupino i giornalisti dipendenti, visto che puntualmente i servizi più brillanti vengono realizzati da esterni.

    Il fulcro della vicenda è stata la discussione avvenuta sul Forum ufficiale di Report, condotta dai telespettatori delusi dal comportamento dello staff della trasmissione e della conduttrice, solitamente nota come paladina dei deboli. Milena Gabanelli ha partecipato, si è difesa ed ha difeso la Rai: solo una parte dei suoi fan si è lasciata convincere dalle sue argomentazioni, molti hanno appoggiato Paolo Barnard nel suo denunciare modi e tempi della sua epurazione dalla TV di Stato. Difficile sapere da che parte stia la verità: una ferita è stata aperta ed ha coinvolto attivamente una parte dei telespettatori di Report. Per tutti gli altri, tanto amaro in bocca: se anche i programmi di denuncia meritano di essere denunciati, qualcosa si è incrinato nel rapporto di fiducia giornalisti - cittadini.

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    17 Giugno 2007

    Ricky Records, la televisione senza televisore

    Il logo di Ricky RecordsDopo un po’ di mesi di rodaggio, si può dire che Ricky Records, la piattaforma italiana di Digital Video Recording remoto che ha rappresentato l’avanguardia di questo tipi di servizi nel nostro Paese, è oggi stabile ed affidabile. L’idea è semplice e già vista all’estero, ma quest’applicazione italiana ha dei punti di merito che possono essere apprezzati ed esportati in tutta Europa: lo standard tecnologico sottostante è quello del digitale terrestre, che garantisce una buona qualità delle registrazioni ed una discreta compatibilità con i più diffusi sistemi casalinghi, vista l’esportabilità dei filmati prodotti direttamente su DVD.

    La semplicità tecnologica, d’altra parte, è uno dei vantaggi di questo sistema: la scelta tra i formati disponibili viene guidata e spiegata in termini di qualità percepita. Accanto al formato digitale di alta qualità, infatti, vengono offerte due alternative che garantiscono risultati più modesti, ma sufficienti per essere viste via PC. Questa flessibilità garantisce ai clienti anche la possibilità di evitare download da 2 GigaByte, in favore di file compressi della metà o addirittura di due terzi. La possibilità di utilizzare download manager come il “solito”, grandioso, GetRight, evita di dover cestinare file che si scoprono rovinati o incompleti a causa dei tradizionali problemi di gestione dei grossi download da parte dei browser.

    I prezzi del servizio variano in base a queste differenziazioni di qualità e dipendono dalle modalità di pagamento scelte: si va da 3 Euro per l’acquisto di un programma in alta qualità pagato via telefonata all’899, fino ai 40 centesimi per ognuno dei programmi low-fi acquistabili con una “ricarica” da 50 Euro pagabile via PayPal. La scelta è per ora limitata ai principali canali televisivi nazionali: le tre reti Rai, le tre reti Mediaset, La 7. Su questo punto, effettivamente, si potrebbe osare di più: proprio perché il segnale di origine è quello del digitale terrestre, si potrebbe inizialmente ampliare il bouquet almeno ad altri canali disponibili su quelle frequenze.

    Riassumendo, il progetto è ad un buono stadio di sviluppo e può continuare a crescere bene, come e più dei siti che offrono servizi analoghi, ma in streaming. Accanto a punte di eccellenza come l’assistenza puntuale tramite il forum pubblico (un ottimo esempio di trasparenza), ci sono aree di miglioramento come la promozione del servizio stesso: più che la campagna in giro per i siti RCS/Dada, forse sarebbe stato più utile concentrare i fondi sull’avvio di un programma pay-per-action. Tuttavia, è opportuno dare fiducia al servizio ed a chi l’ha fondato, sperando che i crediti saggiamente distribuiti gratuitamente all’atto dell’iscrizione, non spingano troppi Furbetti del Webbetino a sottoscrivere troppi fake account con e-mail fantasma.

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    29 Gennaio 2004

    Super Bowl: quando un evento locale fa notizia in tutto il mondo

    Quanti seguono il football americano, in Italia? Pochi, si può immaginare: vero che in Italia esistono siti specializzati, ma appare essere uno sport di nicchia in termini, ad esempio, di ascolti televisivi.

    Il logo della NFLTutto il mondo, tuttavia, conosce il mito del Super Bowl: un evento che si ripete ogni anno, di questi tempi. Anche chi è a digiuno di sport verrà accompagnato da un vero e proprio turbinio di notizie. I siti in lingua italiana ci fanno riflettere sugli stipendi degli atleti, ci illustrano le misure di sicurezza, spettogalano sul cast musicale (con la clamorosa esclusione degli U2) o mettono in allerta gli scommettitori.

    Uno degli aspetti più interessanti riguarda la consueta enfasi sugli investimenti pubblicitari: la Rai sottolinea i costi proibitivi, Reuters sottolinea come la CBS possa permettersi di rifiutare spot milionari, se contrari alla politica dell’azienda. Proprio il broadcaster statunitense lancia l’iniziativa più originale: una “gara” tra i 10 commercial più “memorabili” visti nel SuperBowl. Da non perdere, per gli amanti della storia della pubblicità…

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