5 Giugno 2008

Televisione digitale terrestre e IPTV: la sfida continua

Dove saranno finiti i profeti dell’IPTV che nel 2005 prevedevano un’esplosione, proprio nei mesi che stiamo vivendo oggi, degli abbonati alla TV via cavo? Facile: sono passati a prevedere boom ancora maggiori da qui ai prossimi anni. Previsioni, bisogna dire, abbastanza fantasiose: fino ad ora la mini-impennata delle sottoscrizioni (ma si parla sempre di centinaia di migliaia di utenti, non certo di decine di milioni), è dovuta esclusivamente alle offerte semi-gratuite dei 4 principali operatori (Telecom Italia, Fastweb, Wind, Tiscali), che stanno provando a penetrare il mercato continuando a inseguire il mito del triple play.

Piacciono a molti la pubblicità di Diego Abatantuono per la TV di Alice o di Valentino Rossi per quella di Fastweb: nel concreto, però, le attivazioni stanno avvenendo più per il pressante pressing dei call center outbound nel proporre offerte “a tutto tondo” che per un effettivo interesse delle famiglie. I vantaggi del mezzo, infatti, sono tutti da dimostrare: Fastweb punta tutto sulla presenza di Sky (sigh) nel proprio bouquet e Alice sulla monumentale (?) offerta on demand, mentre Infostrada e Tiscali si stanno ancora chiarendo le idee. Inutile anche aggiungere che il continuare a definire “banda larga” l’ADSL non aiuta nella qualità del servizio.

Gli esperti del mercato sottolineano che l’unico servizio che abbia un certo seguito sia il servizio di digital recording delle trasmissioni analogiche offerto da Fastweb con sommo sprezzo dei diritti d’autore delle reti originali. Qualcosa di non troppo dissimile da Ricky Records, che tuttavia consente il consistente vantaggio di poter acquistare trasmissioni spot e senza un contratto così forte come quello che gli utenti delle varie IPTV italiane devono sottoscrivere anche solo per godere dei periodi di gratuità dell’offerta. Gli investimenti per l’IPTV, d’altronde, sono corposi ed è bene garantirsi la fedeltà dei propri sottoscrittori, anche di quelli “per caso”.

In uno scenario simile, i detentori dei diritti televisivi si leccano i baffi. C’è sete di contenuti ed è difficile che, oltre alle infrastrutture, le TelCo inizino ad investire pesantemente nella produzione di contenuti. Più facile, appunto, “rubarli” o semplicemente stringere accordi per includere nelle offerte IPTV canali già presenti su altre piattaforme. Ed è qui che il digitale terrestre fa il suo ingresso trionfale: il suo destino di piattaforma ufficiale per televisioni e televisori europei fa sì che attori che stanno interpretando correttamente le tendenze del mercato come Mediaset si troveranno a divenirne leader non solo nella propria piattaforme nativa, ma anche in quelle alternative.

Sarebbe ora che anche la Rai si desse una svegliata, invece di continuare ad infilarsi in vicoli ciechi come quello della brutta storia della “sperimentazione” dell’alta definizione in vista degli imminenti Europei di calcio. Fino ad ora solo Telecom Italia Media, con iniziative tipo Qoob e La7 CartaPiù, è sembrata cavalcare l’onda del digitale terrestre in maniera almeno paragonabile (con le necessarie proporzioni) a quella di Mediaset. Il digitale terrestre, nella sua bruttezza tecnologica, è il nuovo eldorado televisivo italiano ed è bene adeguarsi: poi è bene che esistano offerte alternative come quelle via IPTV, sperando che siano alternativi anche i contenuti.

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    1 Febbraio 2008

    Con Premium Gallery Mediaset fa sul serio

    I ragionamenti di qualche giorno fa a proposito della “televisionizzazione” della società italiana avevano come protagonista principale Mediaset, che sicuramente negli anni è stata l’alfiere della televisione gratuita di medio profilo criticata in quella sede. Bisogna ammettere, però, che l’azienda in questione sia stata anche l’unica che ha provato ad innovare, puntando sullo sviluppo tecnologico, nell’ambito della TV a pagamento. Non bisogna risalire a Telepiù analogica per apprezzare gli sforzi del Biscione nel proporre nuovi modelli televisivi ai suoi spettatori e nuove opportunità di business ai suoi clienti: basti ricordare gli sforzi iniziati qualche anno fa nel creare il “mondo” di Mediaset Premium.

    Un ecosistema particolare sin dall’inizio, quello di Mediaset Premium: basato su una tecnica del tutto nuova per gli italiani (il famigerato digitale terrestre) e inserito in un contesto tecnologico di grande spessore. Un sistema capace di gestire al millesimo la complessità di milioni di tessere prepagate acquisite da famiglie di ogni fascia sociale (comprese quelle formate da persone solitamente tagliate fuori dagli standard culturali di Sky) con sistemi di pagamento eterogenei (non solo negozi specializzati e non, ma anche Bancomat e ricariche a distanza), su un’offerta complessa in maniera progressiva e crescente. Un tentativo, se vogliamo, di far risollevare l’azienda Mediaset, maltrattata in Borsa anche per la sua eterna crisi di identità.

    Premium è stata in questi anni una babele posta sotto il logo rassicurante di Mediaset, condita da quei contenuti televisivi che tanto piacciono alle famiglie italiane (vedi calcio e reality show), antagonista rispetto alla “spocchiosità” di Sky. La piattaforma satellitare, infatti, ha nel tempo cercato di ampliare il suo bacino (ancora una volta col calcio, inutile dirlo), ma è riuscita a fidelizzare solamente il pubblico degli utenti più sofisticati, quello degli appassionati di eleganti film d’autore e di avvincenti serie TV di chiara derivazione hollywoodiana. Quegli stessi ingredienti che ora Mediaset sta dosando in Premium Gallery, la nuova offerta che, partendo dal digitale terrestre, presto finirà nell’offerta di Sky a fare da cavallo di Troia targato Mediaset.

    Steel, Mia e Joi diventeranno presenze costanti sui televisori degli italiani: sono il primo passo verso la pay-TV di massa, che però finalmente punta sulla qualità dei contenuti e non sull’appeal nazional-popolare da Grande Fratello 24/7. Gli eleganti spot con Uma Thurman e Hugh Laurie realizzati da SaffirioTortelliVigoriti, per quanto un po’ troppo simili come idea creativa a quelli visti con Pelé e calciatori italiani appena qualche mese fa, rappresentano un primo assaggio dello stile dell’offerta Mediaset Premium Gallery: low cost sì (appena 8 Euro al mese), ma succosa. Una bella ventata di rinnovamento per Mediaset, per il benedetto digitale terrestre e per tutta la televisione italiana. Funzionerà?

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    9 Settembre 2007

    Sky, sempre più protagonista

    Quando un paio di anni fa ci si rallegrava per il consolidamento di Sky sul mercato italiano e soprattutto per l’avvio delle nuove tecnologie (alta definizione in primis), tutto sommato si parlava di una realtà ancora in divenire. Si trattava tutto sommato del corpo della vecchia Telepiù con qualche sprazzo di Stream, con un progressivo innesto di manager internazionali di fiducia del buon vecchio Murdoch. Nessuno capiva in realtà la portata del fenomeno: unico dato disponibile il numero di abbonati dichiarato dalla società stessa, ma nessuna ipotesi, nemmeno remota, sugli ascolti.

    Oggi, invece, Sky è una realtà del tutto diversa. I suoi ascolti, difficilmente confrontabili con quelli espressi in milioni di spettatori come avviene nelle TV generaliste, rappresentano nicchie qualitativamente uniformi, interessanti per gli investitori pubblicitari meno legati ai prodotti di massa. Il numero di abbonati cresce in maniera continua e dovrebbe sfiorare i 5 milioni di titolari nel giro di pochi mesi. Il relativo bacino di pubblico arriva a contare non meno di 13 milioni di spettatori, ivi compresi quelli che le TV più classiche non le guardano da un pezzo, ma si appassionano velocemente ai contenuti offerti dal loro costoso, ma variegato, abbonamento alla pay TV.

    Sky, inoltre, è cresciuta anche dal punto di vista organizzativo: quando ad inizio agosto Murdoch aveva negato la possibilità, per motivi politici, di quotare in Borsa Sky Italia, tutti ci siamo reso conto che la Sky di oggi non è più un’impresa marginale, ma un attore industrialmente importante del mercato editoriale. La sensazione si è fatta ancora più forte quando, qualche settimana dopo, Tom Mockridge ha presentato i propri piani per la stagione 2007-2008: la cifra di 1,4 miliardi di Euro di investimenti (di cui 700 solo per i canali sportivi) è del tutto rilevante e soprattutto importante per settori come quello dei canali tematici che, prima dell’ingresso di Sky, erano del tutto asfittici.

    Mentre come ogni anno riparte l’ottovolante di Telecom Italia in base ai rumors di acquisizione da parte di Murdoch delle attività di Telecom Italia Media, il crescente potere di Sky si nota anche nei bracci di ferro sempre più duri con la Lega Calcio: solo interventi normativi permetteranno di ridimensionarne il ruolo e di riportarlo al livello di Rai e Mediaset che, sebbene sensibilmente più grandi in termini di bacini d’utenza e raccolta pubblicitaria, sono decisamente rimaste indietro in termini di evoluzione del proprio business. Chissà come evolverà il contesto politico: probabilmente, se rimarrà tutto così, Sky avrà ancora molto da dire sul mercato italiano.

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    12 Marzo 2004

    Il cavo dimenticato

    Da anni televisione e dati corrono sul cavo, negli Stati Uniti. In Europa, guardiamo sempre la fibra ottica con un che di sospetto. Si dice che l’Italia sia “troppo lunga” per essere cablata, che la Francia sia “troppo larga” e così via. Il Garante per le comunicazioni Enzo Cheli strombetta sul “successo della liberalizzazione” e non tiene in conto il ridicolo sviluppo della fibra ottica. Il Wall Street Journal ha svelato l’avvio delle trattative tra France Telecom e Vivendi salvo scoprire che si parla, tanto per cambiare, di ADSL.

    L’unico operatore italiano, Fastweb, passa il tempo a litigare con Sky per la trasmissione del Grande Fratello. Eppure, poteva andare meglio: qualche anno fa il tanto citato progetto Socrates dell’allora SIP aveva disseminato kilometri e kilometri di fibre, mai utilizzate. Il Riformista ha oggi notato che ci sono dei timidi segnali di concorrenza nella televisione digitale: via ADSL, cosa credevate?

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