Delle piattaforme dedicata al social networking, in questi anni, abbiamo parlato tanto: dai primordi di Orkut (tornato alla ribalta qualche mese fa solo per i problemi con Daniela Cicarelli) all’eterno successo di LinkedIn, dalle cronache giudiziarie su YouTube e Google Video ai miti costruiti su MySpace e dintorni, dalle alterne vicende di Flickr al successo (parzialmente) inaspettato di aNobii. Ogni volta si è arrivati alla più classica delle considerazioni: che ogni piattaforma non è una monade intoccabile, ma un pianeta affogato in un universo in costante crescita. Il successo di ognuna di queste iniziative, d’altronde, è emerso ed esploso grazie all’eco che le informazioni pubblicate in quelle sedi hanno avuto in altre sedi, blog dei membri in primis. Ora è forse venuto il momento di trarre qualche lezione da quanto visto in questo lustro di reti sociali, in termini di design, ergonomia e gestione delle piattaforme e di interazione delle stesse con il resto dell’universo Web: ecco sfornato un bel decalogo, visto che questo tipo di liste piace tanto agli utenti italiani.
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Lasciate etichettare correttamente le relazioni tra membri
Se c’è un problema reale in LinkedIn, consiste nel fatto che tutte le relazioni hanno uguale valore. Se c’è qualcosa che fa star male in MySpace, è che la stragrande maggioranza dei “friends” sono contatti fittizi gestiti da soggetti non meglio identificati o comunque del tutto lontani dal membro in questione. Al contrario, su Flickr, è possibile strutturare il livello di profondità del rapporto in termini più precisi, distinguendo tra “contatto”, “amico”, “familiare”; su aNobii, è possibile tracciare i propri “amici”, ma anche sottoscrivere gli aggiornamenti di sconosciuti dai gusti interessanti, etichettandoli come “vicini”. Nel medio termine, la possibilità di etichettare correttamente le relazioni sarà un asset per le piattaforme che hanno gestito meglio questo aspetto (es. i diritti di accesso alle informazioni differenziati su Flickr).
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Non costruite piattaforme troppo rigide
L’angoscia implicita nel gestire il proprio profilo su FaceBook, deriva dal fatto che la piattaforma lega indissolubilmente la partecipazione ad un network con il possesso di un indirizzo e-mail. Assodato che non potrete mai più entrare tra gli alumni del vostro Ateneo a causa della mancanza di un indirizzo e-mail del relativo dominio, vi verrà voglia di cercare di far parte almeno del network dell’azienda attuale. Nel caso in cui l’azienda in questione non sia già tracciata, dovrete inviare richiesta formale a FaceBook per avviare il relativo network. Alla fine, aderirete sconsolati solo al vostro network nazionale, che di per sé è del tutto inutile (qual è il senso di affermare la propria partecipazione ad un network “Italy”?). Gli utenti, alla lunga, si stancano delle rigidità, specie di quelle che non favoriscono l’integrità collettiva dei dati, ma sembrano pure perversioni dei designer; preferiscono piuttosto la folle anarchia delle pagine di MySpace, tutte diverse l’una dall’altra e tutte totalmente destrutturate (alla faccia dell’accessibilità).
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Permettete di condividere i contenuti sui siti di proprietà dei membri
Ora ci sembra una lezione banale, ma è grazie a questo aspetto che le piattaforme di condivisione di contenuti multimediali sono cresciute ed hanno raggiunto quotazioni incredibili. YouTube è stata la prima a capire questo nuovo paradigma: a costo di sacrificare un po’ di banda in più, è riuscita a piazzare milioni di box col proprio marchio in blog e siti di varia natura. Degli spazi multimediali, in cui proiettare il video richiesto dall’utente e poi suggerire altri contenuti interessanti, pubblicità ed informazioni in continua evoluzione: altro che AdSense, questo sì che può diventare il mezzo pubblicitario del futuro di Google. Nel loro piccolo, anche Flickr ed aNobii stanno creando utili agganci nelle pagine dei propri membri: non male, in un mondo in cui la credibilità viene misurata in termini di link.
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Scegliete correttamente il vostro target
Dev’essere facile, fare il country manager di Studylounge, rispetto a svolgere lo stesso ruolo in FaceBook. Nel primo caso la missione del tuo portale è chiara ed i membri si iscrivono con obiettivi precisi. Nel secondo sei ancora alla ricerca di un’identità (già, anche FaceBook era nato per tracciare le care vecchie informazioni universitarie) ed invidi un po’ il tuo alter ego in LinkedIn che gestisce una comunità di milioni di membri esclusivamente dediti a mappare le proprie relazioni professionali. Poi guardi verso il tuo collega di MySpace e ti domandi dove voglia arrivare: OK inseguire i ragazzini, ma si sa che sono soggetti volubili e l’evoluzione di Orkut insegna. E le comunità di professionisti saranno anche un target interessante, ma ormai sono un po’ troppe (ed i membri si annoiano a mappare ogni volta gli stessi contatti).
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Individuate il vostro mercato geografico
Orkut è un caso di studio anche per quanto riguarda l’evoluzione geografica delle piattaforme dedite al social networking. Si tratta, infatti, di un network ormai popolato quasi esclusivamente da brasiliani: i naviganti del resto del mondo si sono iscritti nel 2004 e poi se ne sono dimenticati. In Brasile, invece, la piattaforma evolve ed accumula credibilità per varie applicazioni, dal dating alla condivisione di contenuti multimediali. Una storia strana, rispetto alle altre piattaforme, solitamente nate negli Stati Uniti e poi evolutesi in maniera uniforme in tutto il Mondo, con rilasci progressivi della propria infrastruttura nella lingua del Paese di volta in volta target. Se avete sogni di gloria, seguite questa strategia; altrimenti, create la vostra bella piattaforma nazionale e concentratevi sul diventare leader in questo mercato ristretto, nella vostra nicchia di riferimento.
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Spingete sull’integrazione con altre piattaforme, preservando le vostre peculiarità
Il concetto di mash-up è alla radice di tutti i fenomeni etichettati come Web 2.0 e dei social network in particolare. Riuscire ad integrare servizi infrastrutturali di rete (es. le applicazioni geografiche di Google) con i contenuti dei propri membri, ma anche con i servizi della concorrenza, riesce a regalare all’utente una sensazione di maggiore affidabilità e completezza. FaceBook ha puntato tutto su questo: con l’ambizione di diventare il “sistema operativo” comune e trasversale alle altre piattaforme dedicate al social networking, ha sviluppato e permesso di sviluppare gadget, tools e widget che, attingendo dalle fonti più svariate, permettono di mappare efficientemente il proprio profilo e le proprie relazioni. Peccato che, in questo senso, FaceBook ha perso ogni peculiarità rispetto ai concorrenti; meglio piattaforme come aNobii che offrono informazioni in più (i libri preferiti ed i desideri d’acquisto) rispetto al solito profilo individuale, integrando eventuali informazioni provenienti dall’esterno (Amazon, ad esempio, in questo caso) in maniera seamless.
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Effettuate investimenti adeguati
Sequoia Capital potrà anche continuare ad investire su LinkedIn (e su altre piattaforme di social networking) milioni di dollari, ma questo farà solo sorgere il dubbio che le nostre piattaforme preferite siano ancora bimbi incapaci di camminare con le proprie gambe. Il problema è che mantenere piattaforme così radicate a livello mondiale costa. E non poco. Basti pensare ai social network basati sulla condivisione di materiale multimediale: lo spazio per storare centinaia di migliaia di video, le infrastrutture per erogarli e la banda per distribuirli sono investimenti non banali. E se finito lo startup avete eternamente bisogno di venture capital, vuol dire che il vostro modello di business ha ancora qualche problema…
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Permettete livelli di aggregazione diversi tra i membri
Il successo dei forum di Flickr ha dimostrato la positività di un modello che, accanto alle sottoscrizioni individuali, permette anche l’aggregazione di gruppi spontanei ed ai gruppi stessi propone strumenti per favorire la condivisione delle proprie passioni. FaceBook permette la creazione di gruppi più o meno destrutturati, accanto agli ufficialissimi network, offrendo strumenti di collaborazione diversi. LinkedIn permette di mettere delle simpatiche etichette sui propri profili che rappresentino l’appartenenza a Gruppi ma, di fatto, non offre particolare supporto a queste comunità. In fin dei conti, il caro vecchio forum sembra ancora lo strumento più adeguato a supportare gruppi e sub-network: l’importante è che sia ben integrato nella piattaforma.
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Supportate i vostri Clienti (o Fornitori)
Sarà anche divertente leggere i profili dei vostri membri o scorrerne il video, ma ricordate che, li intendiate come clienti o come fornitori, dovete essere pronti a supportarli nella loro attività quotidiana. Le piattaforme di social networking, sino ad ora, hanno mostrato zero supporto: qualche form per richiedere assistenza, qualche e-mail automatica di ritorno, poi niente più. Unica eccezione positiva, aNobii: complice probabilmente la sua dimensione ancora ridotta, questa piattaforma non solo raccoglie il feedback degli utenti su ogni item (per la serie “migliorate le informazioni insieme a noi”), ma gestisce rapidamente anche le richieste di censimento di nuove opere e soprattutto risponde con serietà a chi segnala bug, risolvendoli quasi in real time. Gli altri, purtroppo, sono molto ma molto più indietro.
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Facilitate la comunicazione tra i membri
L’aspetto positivo delle regole iniziali di LinkedIn consisteva nella protezione dallo spam: la richiesta di essere riconosciuti come contatto di un membro già iscritto doveva necessariamente passare per la conoscenza del suo indirizzo e-mail, la possibilità di ricevere un messaggio era legata alla presenza di conoscenze intermedie in comune. L’aspetto negativo di queste regole era l’irraggiungibilità di contatti persi da tempo, tipico output positivo di questo tipo di piattaforme. Ora il modello di LinkedIn è decisamente cambiato: basta dichiarare di essere un ex-collega di un altro membro, per inoltrargli richiesta di connessione. Questo però ha fatto scemare l’importanza degli altri strumenti di contatto, compreso il contatto tra membri mediati da una conoscenza comune. Una vicenda che simboleggia il comportamento di molte altre piattaforme: pongono regole rigide iniziali e poi le allentano nel tempo. Attenzione, però, a bilanciare quotidianamente vincoli sciocchi e protezione dallo spam.


ergonomia

FaceBook

LinkedIn

MySpace

Orkut

Studylounge

Web 2.0
Dopo diversi mesi di lavori (part-time, ovviamente), finalmente è on line la nuova versione di .commEurope. Al termine delle ultime integrazioni, previste per i prossimi giorni, finalmente l’intero archivio dei post e dei commenti sarà disponibile all’indirizzo ufficiale di .commEurope, http://www.commeurope.com/. Un piccolo traguardo dopo la triste storia del furto di commeurope.it e soprattutto un grande passo verso una gestione più semplice, ma allo stesso tempo paradossalmente più potente, della piattaforma di pubblicazione. In questo, Wordpress rimane un ottimo strumento di insuperabile flessibilità: professionale ma semplice, è geniale nel suo adattarsi alle esigenze di ogni blogger.
Queste sono le principali novità di questa “release” di .commEurope:
- feed RSS completi disponibili in diversi formati, grazie al supporto di FeedBurner;
- possibilità di segnalare i post interessanti via e-mail, cliccando le apposite opzioni disponibili sia via Web, sia via feed;
- possibilità di bookmarkare su del.icio.us e Digg i post ritenuti meritevoli di segnalazione, direttamente dal feed;
- categorie (finalmente);
- motore di ricerca fornito da Google, che permette di ricercare sia sul blog, sia sulla Rete, ma con risultati condizionati dai contenuti del blog stesso;
- tag a fondo articolo, con link ai tag stessi presenti su Technorati, Flickr e del.icio.us e possibilità di navigare tutti i contenuti di .commEurope attinenti ai tag in questione, indipendentemente dalla categoria e dalla data;
- classifica degli autori di commenti, dal 2004 ad oggi.
Quest’ultimo punto è un po’ un divertissement, ma è soprattutto un piccolo ringraziamento agli amici di .commEurope, che negli anni sono cresciuti ed hanno fatto crescere questo blog grazie ai propri interventi. Per ovvi motivi di salvaguardia dallo spam, i commenti saranno sempre moderati; tuttavia, una volta approvati, incrementeranno automaticamente il conteggio degli autori, che potranno indicare il blog/sito da far apparire come link nella classifica stessa.
Ed ora si torna al lavoro: tutti i post dell’archivio verranno progressivamente taggati ed i link contenuti saranno verificati, uno per uno…


commEurope

FeedBurner

Web 2.0

Wordpress
Quando l’hype sul Web (presunto) 2.0 ha iniziato a montare, molti in Europa si illudevano che questa nuova ondata di entusiasmo ed opportunità avrebbe potuto vedere il vecchio continente tra i protagonisti. Sogno realistico: markettari, sviluppatori e manager europei non sono meno “creativi” di quelli di Oltreoceano. Lo scoppio della grande bolla aveva già mietuto vittime illustri: chi non ricorda belle favole come quella di Tiscali? Un tempo il Gruppo era presente in decine di paesi, ora è limitato a pochissime realtà, a causa delle vendite che si sono rese necessarie per sostenere i debiti contratti nei tempi (anch’essi presunti) d’oro.
Il fantasmagorico mondo del Web 2.0 sembrava inizialmente connotato da un diffuso uso del crowdsourcing: un ottimo modo per abbattere la necessità di impiegare decine di persone anche solo per lo startup. La rivincita del garage: una bella idea, un team di sviluppatori ambiziosi, una connessione capiente. Poi ci si è resi conto che la connessione, visto il tipo di applicazioni (spesso audio, video, foto), doveva essere ben più che capiente; allo stesso modo si è capito che la capacità dei server che ospita le ambiziose applicazioni di nuova generazione dovesse essere misurato in Terabyte (e non solo di spazio su disco). Ciò che non si è speso in risorse umane, insomma, si è iniziato a spenderlo in tecnologia.
Era evidente che i grandi player internazionali, quelli nati o rinati dalle ceneri della prima bolla e progressivamente affermatisi come leader della nuova ondata, si facessero avanti con poderose stampelle: Google è il caso più evidente, ma è solo la base dell’iceberg. Pochi sono sopravvissuti alla prima bolla così com’erano; molti sono i soggetti che si sono evoluti (vedi Yahoo!) e molti sono gli attori nati nell’interludio che hanno creato le basi per la nuova ondata di start-up ed ora come tanti Conti Ugolino divorano queste creature che tanto hanno dato al buzz intorno al Web 2.0. Come dire, il Web 1.5, quello nato post-bolla, sta ormai inglobando le vere punte di diamante di ciò che è innovativo e vincente sul mercato.
Cosa resterà, una volta finito il processo di consolidamento ed esplosa la bolla 2.0? Ad esempio, tanto per riprendere il link proposto ieri da dot-coma, la gioia e la sorpresa di leggere il blog di Marc Andreessen (sì, proprio QUEL Marc Andreessen) che si presenta come un navigatore qualsiasi… Oppure piccole chicche come il Brilliant Button Maker di Luca Zappa, un programmatore di Reply che con la sua idea, in pochi mesi, ha regalato oltre 4 milioni di immaginette ai suoi utenti. Tutto ciò che di bello vi viene in mente e che abitualmente collegate all’idea di Web 2.0, invece, presto finirà nelle mani di aziende più grosse e bisognose di innovazione: d’altra parte molti progetti sono ancora in Beta, si troveranno bene nel mondo dei perpetual beta di Google e soci.


crowdsourcing

Google

Luca Zappa

Marc Andreessen

Web 2.0
Qualche anno fa, durante uno dei mille incontri che fanno da cornice e sostanza della Fiera del Libro di Torino, un relatore sostenne che i blogger fossero “una cozzaglia di aspiranti gionalisti e mancati scrittori”. Visto l’esiguo numero di bloggari presenti in Italia in quel momento, nessuno volle ribattere: sorgeva il dubbio che in quel momento storico avesse persino ragione. Ora che invece i blog in lingua italiana sono centinaia di migliaia, sarebbe possibile controbattere: accanto alla suddetta cozzaglia c’è anche una grossa parte di autori “normali”, che utilizzano questo mezzo d’espressione, al pari di altri offerti dall’avanzamento tecnologico, con la semplicità un tempo riscontrabile solo nella posta elettronica.
Ciò che accomuna questa maggioranza e la “cozzaglia” è un’evidente affinità con la parola scritta: mantenere vivo un blog implica non solo un discreto numero di ore necessarie per garantire l’aggiornamento costante, ma anche una capacità di scrittura che renda l’aggiornamento stesso un piacere, non una via crucis. Tale capacità, va da sé, era quella che le professoresse di Lettere del Liceo ti invitavano a sviluppare leggendo, leggendo, leggendo. L’approccio era sensato: chi ha mantenuto quella passione nonostante il limitato tempo derivante dai troppi impegni lavorativi (sigh), sicuramente oggi ha una marcia in più anche nello scrivere con passione sul proprio blog sui quattrosaltinpadella o sull’anticoegittodeifaraoni.
Per la proprietà transitiva, se mantenere vivo un blog implica amare scrivere e ciò implica amare leggere, i blogger ameranno alla follia aNobii, il social network di origine giapponese che, grazie alla sponsorship illuminata di Giuseppe Granieri, ha permesso di dimostrare che i bibliofili italiani che vagano in Rete sono tanti e fieri di esserlo. La comunità internazionale cresce di giorno in giorno e quella europea sembra essere in forte ascesa: i filtri geografici applicabili in diverse zone del sito permettono d’altronde di calibrare i risultati delle proprie ricerche anche al fine di confrontarsi con altre culture ed altri interessi, magari distanti dai propri.

Pur con tutti i problemi tecnici e concettuali ancora presenti, aNobii cresce ad una velocità incredibile: in una sola settimana sono stati aggiunti circa 100.000 libri, anche grazie agli sforzi della comunità di iscritti, che segnala gli eventuali libri non ancora censiti. Cresce allo stesso modo la coesione sociale, attraverso la nascita di Gruppi di interesse, che accomunano appassionati ed esperti di discipline specifiche, movimenti letterari, stili di scrittura. Giusto per non farsi mancare niente, è stato creato un Gruppo chiamato “Comunicazione”, con la finalità di condividere letture interessanti attinenti le discipline e le esperienze che attengono a questo campo. Tutti gli amici ed i lettori di .commEurope sono caldamente invitati a partecipare: l’ingresso è gratuito e non c’è nemmeno la consumazione obbligatoria…


aNobii

Giuseppe Granieri

libri

Web 2.0
Gira ormai da qualche giorno la notizia che Il Sole 24 Ore, tra un progetto di quotazione in Borsa e qualche altra iniziativa editoriale fuori dal core business (vengono in mente i prodotti “turistici” degli ultimi tempi), intenda anche imbastire una faraonica piattaforma di “blog d’autore”, con una previsione iniziale di 100 blog specialistici. C’è chi nota che il numero sia un po’ alto, chi si candida come autore e chi indice concorsi per definire i possibili dettagli dell’operazione: com’era prevedibile, la notizia non poteva passare inosservata per una questione di quantità prevista e di qualità attesa. Qualità, in particolare, che dev’essere veramente alta: il quotidiano non può rovinare la propria immagine per qualche “pensirerino” poco consono.
L’iniziativa, d’altronde, avrebbe sicuramente il vantaggio di avvicinare alle iniziative dell’editore un pubblico più eterogeneo; tuttavia, non è difficile immaginare che i primi lettori arriveranno direttamente dalle pagine del quotidiano e saranno lettori tradizionali: liberi professionisti, professional aziendali ed altri membri del variegato mondo aziendale e finanziario. Dal punto di vista editoriale, l’idea non suona affatto malvagia: i blog di un consulente del lavoro o di un fiscalista appariranno irrimediabilmente noiosi per il pubblico tecnofilo di Nòva, ma potranno attrarre verso le mirabolanti spiagge del Web 2.0 anche gente che, in azienda, naviga decisamente poco.
Sarebbe carino, però, capire il business model dell’iniziativa: se di blog veramente specialistici e di qualità si tratta, perché non prevedere forme di abbonamento ai contenuti? La proposta appare provocatoria rispetto alla filosofia in voga in questi anni, ma potrebbe segnare un punto a favore della sostenibilità del piano: se si tratta di far spendere tempo a preziosi professionisti del diritto o della finanza, è bene che gli stessi vengano retribuiti, magari in funzione delle sottoscrizioni del singolo blog. Non si vorrà, si spera, seguire la logica un po’ ridicolizzante di alcuni circuiti di nanopublishing: concedere agli autori una microparte dei microricavi derivanti dalle microinserzioni pubblicitarie dell’AdSense di turno.
Non si tratta, si badi bene, di rendere quella del blogger una professione: al contrario, si tratta di fare entrare le professioni nel mondo delle opinioni condivise e di qualità. Sarà forse un peccato che in un modello simile le informazioni non possano, per ovvi motivi, essere aggregate su Technorati e dintorni: ma si tratta di un “pedaggio” a favore di iniziative che devono durare nel tempo per costituire riferimenti affidabili. Abbiamo già visto morire iniziative mirabili come NetManager per la solita miopia di imprenditori improvvisatisi editori, desiderosi solo di inserire banner e link pubblicitari ad ogni angolo di pagina: se di contenuti professionali stiamo parlando, dobiammo essere professionali anche nell’usufruirne.


Il Sole 24 Ore

nanopublishing

Nòva

Nòvacento

Web 2.0