Brevettando l’imbrevettabile

Ore frenetiche per le istituzioni europee: il Consiglio Competitività dell’Unione Europea deve dare l’avvallo alla direttiva sulla brevettabilità dei prodotti informatici. In questa sede, quello che preoccupa di più sono i confini della normativa: una cosa sono i “software”, un’altra i protocolli di Rete, un’altra le interfacce, un’altra le piattaforme e-commerce e così via.

Il comportamento della Presidenza irlandese, che in un sol colpo ha eliminato tutto il lavoro del Parlamento europeo, non piace a molti: ai tedeschi così come ai belgi, ai ministri italiani in carica alla maggioranza come all’opposizione. A livello europeo, Verdi e radicali si battono per non far passare l’atto ritenuto illegittimo.

Si dice che la responsabilità del comportamento irlandese sia nascosta (ma non troppo) nel forte flusso di capitali che hanno reso l’Isola il fulcro felice dello sviluppo tecnologico nel Vecchio Contenente: principalmente derivanti dalle industrie informatiche d’oltreoceano. Persino il glorioso Trinity College si sarebbe riciclato come fornace di infidi brevettatori.

Sarebbe un errore, comunque, catalogare necessariamente BSA e similari tra i “cattivi”: recentemente una rappresentante dell’Alliance ha brillantemente espresso la posizione dell’industria del software sul Decreto Urbani, altra brillante spada di Damocle sul mondo Web (stavolta solo italiano, con nostro grande orgoglio). In termini di e-commerce, d’altra parte, già qualche tempo fa la Foundation for a Free Information Infrastructure mise on line un’inquietante paginetta che elencava gli incredibili brevetti già registrati in questo campo.

Il punto è che i brevetti, di per sé, non sono un male. Come il copyright in genere, sono una forma di protezione della proprietà intellettuale, cioè l’unico patrimonio di molte aziende del terziario. Ma il passato insegna che il modello americano dell’iper – brevettabilità genera mostri: il caso Sco / Linux insegna.

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