Scienze della Comunicazione: una buona idea finita male

Erano i primi anni Novanta, quando Umberto Eco tirò fuori dal suo cappello un’altra idea rivoluzionaria per il sonnolento mondo accademico italiano: una Laurea in Scienze della Comunicazione. Non un “laboratorio creativo” come il DAMS, ma una laurea che, specie nell’accezione di Eco, aveva i connotati di uno studio (quinquennale) di qualcosa di “scientifico”, con un forte taglio semiologico.

A quella felice creazione a numero limitato (la selezione di un centinaio di posti prevedeva almeno un numero pari a 20 volte tanto di candidati) sono seguiti altri corsi in giro per l’Italia, in un crescendo di specializzazioni e di iscritti. La riforma universitaria ha fatto nascere ulteriori “figli” di quel corso originale, sia di tipo triennale che biennale. Gli Atenei privati come la Lumsa e lo Iulm non hanno perso il treno e progressivamente hanno ampliato la loro offerta in maniera sempre più sofisticata. Molte facoltà di sociologia hanno partorito dei mostri che, a loro volta, sono diventati più grandi dei genitori accademici (l’esempio de La Sapienza è il più noto).

Col successo, però, è cresciuta anche la perplessità di fondo di chi quella Laurea la inseguiva, di chi l’aveva già conquistata, di chi la prendeva in considerazione per il suo futuro: per quanto si viva nel mondo della Comunicazione etc. etc., tutte le migliaia di laureati sfornati annualmente, avrebbero avuto accesso al mondo del lavoro? In che termini? Con quali qualifiche e quali professionalità, vista l’accusa ricorrente di essere una “Laurea in Tuttologia”?

L’immagine si è incrinata definitivamente negli ultimi mesi, quando si è iniziato a regalare, in via meramente promozionale, le lauree ad honorem: quella a Vasco Rossi e quella a Valentino Rossi sono state l’apogeo di questo fenomeno di spettacolarizzazione di un Corso di Laurea (nelle sue varie ramificazioni, come quella Urbinate) che ormai viene paragonato a (poco più del) nulla. Ironicamente, Mantellini propone una laurea alla starlette di turno, mentre De Biase cerca di trovare un senso alla Laurea stessa ed a quelle ad honorem in particolare. Che Lucio Dalla sia un docente universitario, passi: ma ci sono modi più decenti di far pubblicità ad un Corso di Laurea che, più di ulteriore promozione, avrebbe bisogno di una campagna di razionalizzazione (in tutti i sensi).

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