Ritratto di un innovatore sempre indebitato: Nichi Grauso

Se c’è un personaggio che ha interpretato lo sviluppo dei media in Italia, che è stato anticipatore delle tecnologie e interprete delle mode, costui non è Silvio Berlusconi: è la sua versione sarda, quel Nicola Grauso, per gli amici Nichi, che da oltre 30 anni compare periodicamente nelle cronache dei giornali. E non solo dei suoi, che sono oggi tanti e variegati: una quindicina, nelle varie edizioni locali di quello strano fenomeno chiamato E Polis, chiamate con variazioni sul tema del tipo Il Bologna, Il Mestre, Il Bergamo, Il Napoli e così via. Un fenomeno arrivato al decimo posto nei quotidiani italiani, ma che ora rischia grosso: l’ultimo aggiornamento della versione cartacea risale ad una decina di giorni fa, quello on line ormai ha una settimana. Ci sono decine di milioni di debiti in gioco e stipendi bloccati da tempo.

La storia non è del tutto nuova, a dire il vero. Quando a metà degli anni Settanta il ventenne Grauso lanciò Radiolina dal salotto di casa, il mondo dei media liberi in Italia quasi non esisteva: le radio libere ruppero l’equilibrio TV pubblica – quotidiani storici – riviste a base di fotoromanzi. Radiolina fu la Radio Alice del sud Italia, così come Videolina divenne celebre ben prima della coagulazione del polo Fininvest. Il business pubblicitario derivante dalle due emittenti regalò a Grauso la possibilità economica di conquistare L’Unione Sarda, il primo ed allora unico quotidiano sardo. Un dominio quasi totale sull’informazione locale, svanito nel giro di pochi lustri a causa dei debiti contratti da Grauso per il tentativo dell’acquisizione della Cartiera di Arbatax e dell’inizio della faida con i politici locali.

Lo spirito innovativo di Grauso in quegli anni aveva già intuito l’evoluzione del mondo dell’informazione: l’enorme sforzo di lanciare su scala nazionale il provider Video On Line aveva ufficialmente aperto le danze della Rete in Italia. Inutile dire come andò: travolto dai debiti, Grauso fu costretto a cedere il suo gioiellino a Telecom Italia, che su quella base costruì il leader di mercato, tin.it. Grauso si buttò perciò sull’unico ambito multimediale ancora mancante, quello dell’editoria libraria: cercò di investire nell’ambito degli e-book reader, senza troppo successo. L’ultimo tentativo di imporsi su questi nuovi mercati, al cambio di millennio, fu la famosa acquisizione a tappeto di centinaia di migliaia di domini, come al solito malamente fallita, ma ancora oggi imitata da qualche politico poco creativo.

Dopo svariati anni di assenza dal panorama imprenditoriale (ma con un’assidua presenza nelle cronache giudiziarie), il ritorno di Grauso sul palcoscenico dei media nel 2004 con Il Giornale di Sardegna è stato notato più per la marea di contributi pubblici ricevuti che per l’effettivo successo rispetto al concorrente storico, una volta punta di diamante dell’impero che fu. Solo il lancio dei quotidiani della famiglia E Polis, un anno fa, sembrava aver ridato a Grauso l’aurea di imprenditore innovativo, se innovativo si può definire un quotidiano contemporaneamente venduto in edicola, distribuito gratis nei bar e scaricabile gratuitamente via Internet. Speriamo che i poveri giornalisti coinvolti nel nuovo crack vengano davvero riassorbiti da Class o da chi altri voglia salvare, per l’ennesima volta, la creatura di turno di Grauso, Erode dei suoi figli.

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