Il genio italico alle prese coi simboli elettorali

Immaginate la scena in stile Non ci resta che piangere: Leonardo Da Vinci alle prese con un committente che gli chiede la realizzazione di un nuovo logo per il proprio partito politico. Immaginate l’artista in versione proto-pubblicitario, che realizza un capolavoro in formato francobollo che finirà sulle pergamene elettorali. Immaginate il suo mentore che convoca una conferenza stampa e declama la bellezza del simbolo, la purezza del proprio programma elettorale, la sobrietà dei propri slogan, l’onestà dei propri candidati. Tutto ciò che, insomma, avviene almeno una volta ogni due-tre anni nell’Italia contemporanea: ogni volta, cioè, che un partitino qualsiasi mette in crisi il Governo in carica, come ritorsione per aver perso qualche poltrona chiave o per qualche problema giudiziario dei propri componenti. Forse Leonardo era più fortunato: magari i regimi dei suoi tempi erano meno democratici, ma realisticamente più stabili. Sicuramente, erano anni meno noiosi di questi, vessati da campagne elettorali intermittenti.

I nipotini di Leonardo, oggi, sono alle prese con committenti al limite della schizofrenia: non più artisti ma art director, spremono le meningi per cercare di tradurre in grafica gli altissssimi concetti con cui i politici di turno, alle prese con l’ennesima scissione, cercano di comunicare la propria differenza rispetto al resto dello schieramento politico. Personaggi che, ad esempio, fuoriescono da un partito in nome di altissimi principi morali, fondono l’ennesimo partitino del Grande Centro (yawn) e scelgono l’ennesimo fiore come nome e simbolo del proprio movimento, salvo poi riconfluire nel partito originale appena qualche settimana dopo, in cambio di qualche seggio sicuro. Ovvio che il grafico in questione non abbia tempo e voglia di sbattersi: se il partito si chiama “Crisantemo Azzurro”, disegna un crisantemo azzurro su sfondo bianco, appone il nome nella parte alta del tondo ed aggiunge qualche parola a caso sotto (da scegliere tra “Libertà”, “Democrazia”, “Sicurezza”, “Uguaglianza” ed altri 6-7 concetti astratti intercambiabili).

Fin qui, bisogna dire, si è nella normale dinamica italiana del “Il mio Partito è più tradizionalmente innovativo (eh?) del tuo”: si fanno i conti sul territorio e si coprono almeno le province più importanti con un po’ di luogotenenti locali, poi si annuncia “la presenza su tutto il territorio nazionale” e si corre a depositare il simbolo al Viminale. È qui che iniziano i dolori: nonostante si viva da ormai decenni in un sistema maggioritario, si scopre che esistono centinaia di liste, centinaia di simboli presentati e in attesa di essere giudicati legittimi. Non ci sono solo i loghi delle principali aggregazioni nazionali, quelle di cui rappresentanti strombazzano quotidianamente sui quotidiani: i partiti più scaltri depositano comunque il proprio simbolo anche se non presenteranno liste autonome; i partiti più piccoli cercano di presentare un simbolo con un qualche trucchetto acchiappa-voti dispersi; le aggregazioni stesse danno luogo a liste civetta utili a sfruttare i meccanismo della legge elettorale in vigore (chi non ricorda la Lista per l’Abolizione dello Scorporo e il suo inguardabile simbolo?).

Il risultato di così tante dinamiche intrecciate e centrifughe paradossalmente converge nel trionfo dell’ovvio: tra i 177 simboli presentati, anche quest’anno è un florilegio di scudicrociati, falciemartello, arcobaleni, partitidemocratici, verdiverdissimi, partitiantipolitica, rose, leghedelnord e di altri luoghi comuni che, si immagina, dovrebbero servire a recuperare qualche voto di ottuagenari ancorati a simboli familiari e di ecologisti distratti. Alla faccia della comunicazione politica trasparente: per raccattare qualche voticino in più, ci si limita a riempire un tondino con più messaggi possibili, per intercettare il malcontento diffuso e l’ormai chiara disaffezione alla politica e ai suoi personaggi. La partecipazione è bassa e non è il caso di disperdere in schede bianche o nulle i voti: ciò che non hanno potuto i manifesti elettorali nelle stazioni e le comparsate promozionali nelle trasmissioni televisive, lo farà il simbolino magico, colorato e attraente. O almeno così sperano, i mistici comunicatori politici alle prese con loghi e slogan che durano una stagione e poi si sciolgono nel nulla. Come i rispettivi partiti.

2 pensieri su “Il genio italico alle prese coi simboli elettorali

  1. Se ne può concludere che le elezioni, in Italia, servono soltanto più alla causa della grafica: prima, per il proliferare di disegnuzzi che ben hai descritto; dopo, per il concorso “scheda nulla più creativa” che – vedrai – prenderà sempre più piede 🙂

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