Generazioni in guerra

Se la distanza dei ricchi dal resto dalla popolazione è un fenomeno storico e al massimo accentuato dalla crisi, la contrapposizione tra anziani benestanti e giovani senza futuro è una triste realtà attuale, che potrebbe condizionare in profondità lo sviluppo macroeconomico di intere generazioni, di interi mercati nazionali.

Molti under-30 oggi guardano con disperazione a Bernardo Caprotti che tiene il suo impero sotto chiave o ai suoi coetanei miliardari che controllano le principali aziende europee. Più prosaicamente, conoscono vicini di casa in pensione da lustri con assegni mensili superiori agli stipendi dei loro (sognati) apprendistati.

Gli impatti sono profondi: il Washington Post ha sottolineato la crescita sostenuta della depressione, il ritardo nel setup delle famiglie e ovviamente seri problemi di natalità, attuale e prospettica. Di consumi nemmeno a parlarne, visto che non c’è modo di spendere quello che non si ha e non si è meritevoli di credito.

Il paradosso peggiore? È che le giovani generazioni senza futuro superano di gran lunga in termini di competenze hard e di soft skill genitori e nonni, cui spesso sembrano alieni onniscienti ai quali non sanno vendere prodotti e servizi. Anzi, cui non sanno più nemmeno vendere la speranza di un futuro sostenibile.

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