Retorica elettorale in tempi di seggio sicuro

Paolo Ferrandi ha ripreso un articolo di Peter Coy commentando come la metafora del buon padre di famiglia ci abbia costretto in questi anni a subire vincoli pesantissimi sulle politiche macroeconomiche occidentali: può sembrare controintuitivo, ma è decisamente sbagliata se applicata ai bilanci pubblici.

Sta iniziando l’ennesima campagna elettorale e così dobbiamo prepararci ad ascoltare metafore sempre più complesse (magari sbagliate come questa) per spiegare agli elettori il perché di una situazione economica disastrosa perdurante; Crozza ad esempio ha costruito la sua imitazione di Bersani sulle metafore ardite.

C’è un fattore diverso, o quantomeno più esplicito, rispetto alle campagne precedenti: tutti i giornali parlano apertamente di seggi sicuri e in qualche modo anche i politici vi fanno riferimento in pubblico. Qualche quotidiano ha addirittura pubblicato le liste degli eletti “sicuri” e di quelli “probabili”, divisi per regione.

Con quali occhi guarderemo i dibattiti infiniti, con quali orecchie potremo ascoltare le solite promesse, se è già noto con precisione chi verrà eletto indipendentemente dai suffragi ottenuti? Persino Monti ha iniziato a promettere di tagliare le tasse, perdendo credibilità come molti degli altri candidati Premier.

Non è difficile immaginare un boom delle liste “alternative”, comunque tenuto già in conto dagli uffici elettorali degli altri partiti. Sarebbe divertente vedere le facce dei caporali dei grandi partiti qualora il boom fosse davvero enorme. Sarebbe divertente, ma micidiale per la serietà politica di un Paese già in difficoltà.

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