Umberto Eco e l’addio alla contemporaneità

Molti di noi sarebbero disposti a raccogliere firme per assegnare un Nobel a Umberto Eco. Certo, magari non per la Letteratura, ché altri autori forse negli anni hanno puntato un po’ meno sul blockbuster-a-tutti-i-costi; se esistesse un Nobel per la Cultura a tutto tondo, però, quello al Professore non lo leverebbe nessuno. Perché sicuramente la sua figura ha segnato in maniera profonda il dibattito culturale europeo degli ultimi decenni.

Non è un caso che, come tanti topolini dietro al pifferaio magico, migliaia di noi abbiano seguito Eco nei suoi progetti universitari: il DAMS, la Scuola Superiore di Studi Umanistici o, forse ancora più emblematicamente, il Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, che dai suoi studi semiologici ha preso vita, per poi seguire la parabola discendente di un fondatore che sempre più oggi appare alieno dalle cose del mondo.

Amaro a dirsi, quell’Eco che era riuscito a scardinare e ridefinire i connotati della televisione nel nostro Paese, che col Gruppo 63 ha guidato in prima persona l’avanguardia culturale italiana, negli anni ha iniziato a involvere in una caricatura del docente universitario lontano dalla quotidianità, dell’intellettuale chiuso nella torre eburnea, dello scrittore che cadenza le sue uscite in libreria per massimizzare il ciclo di vita dei propri testi.

Quanto ci manca, l’Umberto Eco sempre un passo avanti, sempre illuminato e intellettualmente illuminato. Ci manca perché oggi è irriconoscibile, con le sue teorie a volte addirittura retrograde sulle potenzialità della Rete. Aldo Grasso ha ironizzato sull’Eco-prezzemolo degli scorsi giorni, intento a promuovere Il cimitero di Praga nei programmi televisivi radical-chic come un anziano autore qualsiasi. Quanto ci manca.

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