Moda

Immagine e immagini del Made in Italy (e non solo)

8 febbraio 2009

La vittoria del business casual

Se c’è una cosa davvero sciocca nel mondo aziendale è il dress code formale che accompagna in tutte le stagioni i manager in diversi Paesi del mondo. Giacche e cravatte combinate in maniera differente, ma con lo stesso risultato stantio di sempre. Uomini frustrati che vagano da una riunione all’altra osservando colleghe elegantissime eppure senza tailleur.

Si tratta soprattutto di un vizio europeo e italiano in particolare. Ci sentiamo in dovere di esportare eleganza con lo stesso tatto con cui gli Stati Uniti esportano la democrazia. Quando un manager illuminato come Paolo Scaroni un paio di anni fa impose (!) il business casual ai dipendenti ENI almeno durante l’estate, furono più le critiche che i complimenti ricevuti.

Negli Stati Uniti, tuttavia, le cose vanno diversamente da tempo. Persino nell’era dell’abbonatissima Presidenza Bush Jr., un’interessante ricerca Gallup è riuscia a dimostrare una crescita sostenuta del business casual rispetto ad un sempre più marginale uso del classico abbigliamento formale: la differenza è nell’ordine di 43% verso 9% del panel.

Non si pensi che reddito e posizione influenzino sensibilmente le classifiche: la stessa ricerca arriva a notare come abbigliamento formale e business casual crescano entrambi una volta superata la soglia dei 50.000 $ di reddito. E non è nemmeno una questione di stile: è noto come gli Statunitensi si vestano eleganti ai funerali, ma poi li vivano come un party.

La speranza è insomma che anche in Europa si inizi a vivere più serenamente la vita in ufficio. Se persino Barack Obama toglie la giacca nello Studio Ovale, noialtri che continuiamo a voler comunicare il nostro presunto “status” a botte di cravatte firmate potremmo anche fermarci per una serena riflessione su quanto siamo ridicoli, riunione dopo riunione.

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30 luglio 2008

Il caso Guru e la scarsa lungimiranza della moda italiana

Sulla vicenda dell’arresto di Matteo Cambi e sull’imbarazzante stile di vista dell’uomo della margherita ha già scritto Enrica negli scorsi giorni. Sui risvolti sociali del fallimento di Jam Session e sulle similitudini con il caso Parmalat, La Repubblica di Parma offre una copertura completa e aggiornata quotidianamente. Sull’eccessivo peso dato al ruolo del giovane imprenditore nel riscatto della moda italiana hanno scritto in tanti, citando spesso il profilo che ancora oggi appare su ItalTrade, il «Made in Italy Official Portal» gestito dall’Istituto Nazionale per il Commercio Estero.

L’unica cosa che si può aggiungere, con discreta amarezza, è una riflessione sugli aspetti critici che la vicenda Guru ha evidenziato nel più ampio contesto del commercio internazionale di abiti di moda. Come già avviene per i prodotti alimentari più pregiati, è indubbio il testa a testa in corso da anni tra Italia e Francia: due vere e proprie potenze del settore, che tengono alto buon nome e affari dell’Europa, Euro forte permettendo. Eppure, il caso Guru non è isolato e non è isolato nemmeno il continuo declino dell’Italia a favore della Francia anche nell’alta moda. Perché?

Per il banale motivo che il Made in France è riuscito a conservare davvero la sua essenza: è davvero fatto-in-Francia. Prendiamo un esempio celebre: la borsa Birkin di Hermès. Cosa vi ricorda? Il prezzo alto? L’alta qualità dei materiali? L’esclusività? La produzione artigianale? Una cosa è certa: non può non far assaporare la sua profonda essenza europea, il suo essere un concentrato di stile e genialità tutta francese, il suo essere un prodotto che “merita” un premium price. Cosa che, bisogna dire, molto difficilmente può essere affermata per molte case di moda italiane, di tutti i livelli.

Le maison italiane, infatti, hanno brillantemente delocalizzato in Estremo Oriente la produzione. Pensando in maniera geniale «Se lo fa la Nike possiamo farlo anche noi!» ed esponendosi, perciò, agli stessi problemi dei marchi internazionali: mega contraffazioni, media qualità reale, bassa qualità percepita. Di italiano, si dice, è rimasto il design e il marketing. Il che, con tutto l’amore che si possa avere per le marche più prestigiose del nostro Paese, è veramente poco: quando l’immagine svanisce, purtroppo, rimangono i debiti. Ed i creditori di Jam Session, ora, non sono più di buon umore.

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