31 maggio 2009

Una nuova occhiata al .commEurope Zeitgeist

Ad inizio 2008 avevamo dato una scorsa ai dati statistici sugli accessi a .commEurope tramite motori di ricerca, rilevati con Google Analytics. I dati, pubblicati sullo .commEurope Zeitgeist, nel tempo sono stati periodicamente aggiornati e mantenuti in ordine con le consuete modalità di rappresentazione: 100 @ per la chiave di ricerca più utilizzata nel periodo di analisi e giù a scendere per le altre chiavi più usate.

In considerazione del fatto che tra poco si chiuderà il secondo anno di monitoraggio delle statistiche, possiamo ora propore qualche considerazione sull’evoluzione delle ricerche nel tempo e rispetto ai contenuti di questo blog, che è stato mantenuto tendenzialmente aggiornato. Come sempre, ci saranno alcune tematiche la cui rilevanza perdura nel tempo e altre più legate ai personaggi, alle mode e agli avvenimenti del periodo.

Nel primo campo rientrano sicuramente le ricerche afferenti al dominio Teorema Tour – Avitour – TodoMondo. Tutto deriva da un articolo su TodoMondo del 2005, sul quale ormai da anni si avvicendano discussioni infinite (siamo ormai oltre i 140 commenti) su presunti fallimenti, viaggi da sogno a prezzi bassi, bancarotte del tour operator e altre tematiche affini; una specie di forum auto-creatosi nei commenti di un vecchio post.

Nel secondo tipo di ricerche emergono invece spunti legati all’attualità: periodicamente (ed ovviamente non è difficile vederlo con forza in queste settimane), ad esempio, torna in auge la chiave “simboli elettorali”, grazie ad un articolo di marzo 2008. Nel nostro Paese però l’attualità è sempre più monotona ed i temi sempre più simili nel tempo e così anche queste ricerche si stratificano nel tempo, finendo anch’esse nella Top20.

Questi fenomeni riguardano sia le aziende, sia i personaggi. C’è un nucleo ogni giorno nuovo di navigatori accomunato dal ricercare informazioni sull’apertura di KFC in Italia e uno formato da coloro che continuano a volerne sapere di più su Eleonora Berlusconi o su Gianfranco De Laurentiis, ricorrendo ad articoli del 2004. La sensazione comune è che si cerchino sopratutto informazioni e contenuti difficili da trovare in siti ufficiali.

Se ad esempio il sito ufficiale di Muji fosse meglio organizzato e indicizzato sui motori di ricerca, non ci sarebbe bisogno di arrivare su .commEurope; se Milena Gabanelli avesse chiuso una volta per tutte la querelle con Paolo Barnard, non ci sarebbero più decine di visite mensili ad articoli vecchi di oltre un anno; se UniCredit avesse gestito con meno fretta il merge con Capitalia, si approderebbe sul sito ufficiale invece che su questo blog.

L’indicazione, insomma, sembra essere unica: che siate Eleonora Berlusconi o un manager di Avitour, che siate Milena Gabanelli o il product manager di Barilla Alixir (altro tormentone su .commEurope), forse fareste bene a comunicare di più (e meglio) in Rete. Altrimenti chi è interessato a voi (fan, clienti, prospect o anche nemici) continuerà a planare in Rete in articoli magari vecchi, magari negativi, sicuramente fuori controllo.

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24 maggio 2009

Viva le donne manager

Si tratta di un bel ritorno positivo alla propria immagine pubblica, quello che Microsoft, Ikea, Unicredit, Luxottica, Astra Zeneca, Fiat, Intesa SanPaolo e diverse altre aziende nazionali e branch italiane di multinazionali, sotto la guida sapiente di McKinsey & Company, hanno ottenuto dall’ampia pubblicizzazione ricevuta dall’iniziativa Valore D – Donne al Vertice per l’Azienda di Domani.

Si tratta di una serie di iniziative di formazione declinate esclusivamente al femminile, nate con l’intento di migliorare, in termini quantitativi e qualitativi, la presenza delle donne nelle posizioni di middle e top management delle grandi aziende. I dati della ricerca presentata in occasione dell’inaugurazione parlano chiaro: ROE e EBIT crescono vertiginosamente nelle aziende “multigender”.

Che le donne siano generalmente più brave e preparate degli uomini è cosa nota a chi si occupa profesionalmente di Risorse Umane. Ciò che è altrettanto lampante, però, è il senso di inadeguatezza e passività che molte manifestano, forse costrette da ruoli maschili predominanti e orari stupidamente declinati all’infinito, senza rispetto per le famiglie. Cosa che, alle donne, non piace per definizione.

L’obiettivo di questa iniziativa, oltre ovviamente a quello di migliorare l’immagine pubblica delle aziende promotrici, è quello di affidare alle Risorse di genere femminile ad alto potenziale strumenti e ruoli in azienda con cui dimostrare le proprie capacità e quindi, come ha scritto qualche tempo fa Roger Abravanel, diventare l’antidoto per sopravvivere in questi momenti di terribile crisi economica.

Dal punto di vista delle aziende, sarà necessario accompagnare questa nobile iniziativa con attività di comunicazione interna che facciano cogliere il potenziale dell’iniziativa come miglioramento per l’intera società, piuttosto che come minaccia per gli uomini arroccati da tempo nelle posizioni chiave. Si tratta di una sfida importante, che le grandi aziende coinvolte nell’iniziativa possono e devono affrontare.

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17 maggio 2009

Crolla Google, crolla la Rete

L’incidente di percorso occorso a Google qualche giorno fa, consistente nell’irraggiungibilità di un paio d’ore dei suoi servizi, ha spinto molti esperti di tecnologia a rendersi conto di ciò che i loro colleghi che si occupano di business sottolineano da tempo: Google è il centro della Rete ed un suo problema, tecnico o commerciale che sia, rischia di travolgere seriamente tutto il resto degli attori.Sul ruolo crescente di Google come monopolista della Rete si discute d’altronde da molto tempo: proprio l’affetto che molti di noi nutrono nei confronti della Big G ci fa da un lato annotare con preoccupazione il suo rendersi ogni giorno più arrogante, dall’altro sottolineare che, tra servizi lanciati in proprio e acquisizioni di startup, non ha sbagliato un colpo e pertanto il ruolo di traino della Rete è meritato.Cadono i server di Google? Spariscono i nostri blog ospitati da Blogger, ma anche gli spazi pubblicitari che magari sostengono la nostra attività in Rete. I nostri siti privati che usano Google Analytics fanno fatica a caricare, la nostra posta (magari anche professionale) su GMail è ferma. Si stoppa la Rete, rallenta la nostra vita privata e rischia di fermarsi anche il lavoro. E tutto per il problema di un’azienda.Un anno fa era successo qualcosa di simile ad Amazon e questo aveva evidenziato la criticità nell’uso di servizi di cloud computing in ambito aziendale. Ora leggiamo delle enormi server farm di Facebook e ci domandiamo quanto possano essere sterminate quelle di Google e quanti problemi la nostra azienda potrebbe rischiare qualora scegliesse di gestire on the cloud le applicazioni in quegli stabilimenti.Si tratta di un problema di urgente attualità e di difficile soluzione. Noi ci fidiamo ciecamente di Google e degli altri grandi fornitori globali, ma nulla può assicurarci davvero che, per quanto i loro servizi siano il meglio sul mercato e generalmente affidabili, tutta l’economia mondiale possa girare sui loro server. Eppure, ci stiamo arrivando, nemmeno troppo lentamente: che Dio sia clemente con i loro datacenter.

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10 maggio 2009

Giornalisti, blogger e redattori di Wikipedia

Metà dei quotidiani al mondo hanno ironizzato sul fatto che l’altra metà abbia ripreso, senza nessuna verifica, una citazione errata da Wikipedia inserita appositamente da uno studente dublinese per evidenziare a tutto il mondo esattamente il tranello in cui i giornali sono caduti ed in cui, in effetti, cadono con preoccupante frequenza. Molti blogger hanno così iniziato a dubitare della qualità delle voci di Wikipedia, rischiando il tipico fenomeno del bambino gettato via con l’acqua sporca.

Il circolo vizioso è auto-evidente: un redattore qualsiasi, magari un anonimo in malafede, inserisce un contenuto falso o comunque non documentato su Wikipedia su una voce che, qualche tempo dopo, risulterà particolarmente di attualità. In quel momento la voce verrà consultata da milioni di lettori in tutto il mondo, blogger e giornalisti compresi. Questi ultimi lo riprenderanno sui propri articoli e presto un altro redattore citerà quegli articoli come fonti “attendibili” su Wikipedia stessa.

Un vero e proprio circuito, che permette ai blogger di lanciarsi in invettive contro i giornalisti. Il problema riscontrato è nella scarsa fiducia che i giornalisti hanno in sé stessi e la loro dimestichezza con ricrca e verifica delle fonti. Preferiscono, stressati dai tempi e dalle gerarchie dei giornali contemporanei, confondersi con gli utenti “qualsiasi” della Rete, abbandonarsi alle placide consuetudini che, nel tempo, si sono sedimentate tra blogger ed altri cittadini di queste terre.

Un'immagine da toothpastefordinner.com ripresa da Enrica Garzilli sul suo tumblelogQuesto ha inevitabilmente ibridato i ruoli e spinto molti blogger a considerarsi di pari dignità o addirittura più attendibili dei giornalisti, ritenuti superati e inutili come i loro giornali. Posizione del tutto sciocca, che deriva da una colpa di fondo di entrambe le parti in causa: i giornalisti hanno peccato di faciloneria, i blogger hanno peccato di presunzione. Questo scenario ha messo in luce i redattori di Wikipedia come enti terzi ed eterei, superiori a tutto e tutti, seguaci del santo Neutral point of view e della correttezza delle fonti. Posizione che però cozza col fatto che non siano onniscenti e pertando che Wikipedia non vuole e non debba essere l’unica fonte attendibile su questa Terra.

Forse sarebbe il momento che tutti tornassimo a fare il nostro mestiere o, quantomeno, a inseguire i nostri interessi senza volerli a forza trasformare in un lavoro. I giornalisti dovrebbero riscoprire il fascino del proprio lavoro, i blogger dovrebbero divertirsi nel tenere i propri diari e i redattori di Wikipedia dovrebbero concentrarsi sulla qualità delle voci piuttosto che sulle rigidità burocratiche. Poi, ognuno di noi potrebbe svolgere le tre attività nel corso della propria vita. Mai nello stesso momento, però.

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3 maggio 2009

I limiti “umani” dei social network

Quando Buongiorno qualche settimana fa ha presentato il suo mobile social network Blinko, l’attenzione di astanti ed analisti si è focalizzata sul limite di 20 connessioni imposto di default ad ogni iscritto. Un po’ come al mercato delle mucche sono iniziate le discussioni del calibro: sono troppo pochi vs. sono pure troppi, è un numero arbitrario vs. ha un fondamento scientifico.

Il tema del numero di contatti sui social network appassiona da tempo i blogger, ma è ormai evidente a tutti che lo stesso mitologico numero di Dunbar è troppo esteso per essere sinonimo di un numero realistico di relazioni attive. Anche gli esperimenti effettuati da Facebook dimostrano che, in realtà, sui 120 contatti medi di ogni iscritto, i “seguiti” sono circa una decina.

“Seguire” qualcuno su un social network, d’altronde, richiede tempo ed energia. Permette spesso di ottenere informazioni quotidianamente utili o professionalmente interessanti, ma per la maggior parte ci regala aggiornamenti di vita quotidiana che, a meno che non si stia parlando di partner-amici-conoscenti-parenti, possono per la maggior parte sembrarci del tutto superflui.

Abbiamo aumentato i nostri flussi comunicativi in uscita e abbiamo cercato di ampliare le possibilità di ricezione di quelli altrui, ma il nostro tempo e la nostra capacità intellettiva sono rimasti gli stessi di sempre. Abbiamo più strumenti di interazione (e in questo il mobile ci sorprenderà sempre più), ma non sempre riusciamo a piegarli alle nostre esigenze ed ai nostri ritmi.

I social network sono bacini enormi e stiamo costruendo comunità virtuali, sempre più interagenti l’una con l’altra, che ruotano intorno a noi stessi ed alle nostre vite. Siamo affascinati e divertiti da ogni membro che vi aderisce, specie quando arriva dal nostro passato e inizia ad interagire con noi nel presente. Ma abbiamo un limite: non possiamo garantirgli che gli daremo attenzione in futuro.

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26 aprile 2009

La promessa mancata degli MVNO italiani

Con il lancio di Erg Mobile il numero di Mobile Virtual Network Operator, unito a quello degli operatori telefonici maggiori, raggiunge la ventina. Un numero sorprendente, anche perché sarebbe facile sfidare qualsiasi italiano ad elencarli tutti: pochi andrebbero oltre Tim, Vodafone, Wind, 3 e (forse) Poste Mobile.

Tolti i 4 player maggiori, d’altronde, tutti gli altri operatori cubano nella migliore delle stime un milione e mezzo di Clienti: il fatturato complessivo, secondo le Authority, è stimabile in qualche milione di Euro l’anno, nell’ordine dell’1% del fatturato totale del pur florido mercato della telefonia mobile italiana.

A parte gli spot di Poste Mobile, d’altronde, la comunicazione degli operatori mobili in questi anni ci ha toccato solo durante la spesa, con le iniziative di Coop, Auchan, Carrefour, Conad proposte alla meno peggio sui manifestini promozionali delle offerte. Solo negli ultimi tempi sono apparse le offerte di TelCo come Tiscali e Fastweb.

Nonostante il posizionamento sul mercato italiano sia sempre legato ai presunti prezzi bassi, i listini degli operatori mobili si scontrano con le offerte che, quotidianamente, gli uffici marketing dei grandi operatori mobili sfornano e accompagnano con imponenti campagne pubblicitarie e attività sui punti vendita.

Noi clienti siamo ormai abbastanza “scafati” dal riconoscerle al volo. Anni di abitudine con marchi come Tim e Vodafone fanno sì che l’emergere di un concorrente credibile sia a dir poco difficile: persino 3, pur con decine di campagne alle spalle, non è riuscita a crearsi un mercato paragonabile a quello dei due “grandi”.

Nel resto d’Europa, gli MVNO vanno abbastanza bene. Si tratta di operatori piccoli, certo, ma che riescono a intercettare nicchie di mercato a valore aggiunto, offrendo anche servizi che vanno oltre voce e messaggistica di base. In Italia no: solo Auchan Mobile al momento offre un’offerta HSDPA, clonata da quella di Wind.

Anche a voler proiettare a molti anni gli attuali tassi di crescita degli MVNO del mercato italiano, non ci saranno mai attori realmente competitivi e credibili. Si tratta di un peccato, perché questo farà sì che l’innovazione tecnologica e commerciale sul mercato sarà sempre dovere (e potere) dei grandi operatori.

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19 aprile 2009

Fabrizio Del Noce e la carica dei conduttori schifati

Finalmente Fabrizio Del Noce ha svelato il perché della scomparsa definitiva di Antonella Clerici da La prova del cuoco: il suo cachet è troppo alto per una trasmissione di daytime. In questo modo il furbo direttore ha passato la palla nella metà campo della giunonica conduttrice che, da ormai mesi, si lamentava di essere stata cassata dal palinsensto a causa del suo essere neo-mamma.

Difficile giudicare chi abbia ragione: da un lato è positivo che la Rai inizi a produrre programmi con costi sensati; dall’altro, quando Del Noce sostiene che lo stesso programma, condotto da Elisa Isoardi, continui ad avere risultati di ascolto positivi, si tratta di una bufala. Notoriamente, in quell’orario, è Forum a farla da padrone, staccando di diversi punti Anna Moroni, Beppe Bigazzi e il coccodrillo.

Merito della conduttrice? Elisa Isoardi ormai è diventata un’icona della sua rete: è infatti in linea con molti altri colleghi che conducono quotidianamente le loro trasmissioni sul primo canale nazionale con una faccia a dir poco schifata. Non è difficile navigare in Rete e vedere spezzoni in cui la Isoardi, con le mani sporche di pastella o di farina, ci comunica con gli occhi un drammatico «Cosa ci faccio qui?».

Esattamente il contrario della Clerici che, magari fingendo, passava sempre l’idea che non avrebbe voluto essere in nessun altro posto al mondo che dietro ai fornelli del suo programma. Tutto al contrario della pattuglia degl ormai numerosi conduttori che, oltre alla Isoardi, sembrano essere stati messi su Rai Uno a soffrire senza significato, spinti da Fabrizio Del Noce e dai suoi registi.

Caterina Balivo, ad esempio, riesce ad apparire fuori posto nella maggior parte dei suoi programmi serali, sebbene al contrario provi a convincerci di essere davvero interessata agli orripilanti programmi che conduce al pomeriggio. Sempre meglio dei veri rappresentanti di questo trend, però: i giornalisti (o ex) “promossi” a fare i conduttori. Uno Mattina in questo è una scuola formidabile.

Tra tutti, brilla Lamberto Sposini: il piglio schifato durante le trasmissioni in cui intervista finti vip e protagonisti dei fatti di cronana più trucidi è ormai cosa nota. Sicuramente lui, come tutti gli altri, ha bisogno di lavorare e deve accontentarsi di ciò che gli passa la rete; ma se questi conduttori proprio non riescono a mostrare simpatia, almeno potrebbero provare ad alzare la testa e mostrare un po’ di dignità.

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12 aprile 2009

La Pasqua dei terremotati e dei giornalisti invadenti

Difficilmente si ricorda una Pasqua tanto amara in Europa. Il ricordo di 300 vite spezzate è vivido e le difficoltà viste negli occhi di persone troppo simili a noi per essere ignorate hanno segnato profondamente questi giorni di (presunta) festa.

Non può evidentemente esistere nessun altro tema meritevole oggi di riflessioni profonde se non quello del terremoto e così anche .commEurope si adegua: ovviamente, il focus è verso il tema principale di questo blog, cioè la gestione della comunicazione.

Il terremoto a L’Aquila, d’altronde, rimarrà impresso nelle nostre menti anche per il pessimo servizio che i giornalisti di tutte le testate e di quelle televisive in particolare hanno reso agli abitanti delle zone terremotate prima che a noi spettatori.

I giornalisti hanno infatti abbondantemente intralciato i lavori di salvataggio e di soccorso ai terremotati. Va bene il diritto di cronaca e grazie per il sacrificio (…) dei viaggi su e giù tra Roma e L’Aquila, ma forse si poteva evitare di far precipitare la situazione.

La sensazione che si è diffusa in Rete è quella che i telegiornali abbiano dimostrato un tale interesse per gli ascolti da essere diventati poco credibili quando hanno cercato di dimostrare compassione e pietà per le vittime e supporto ai soccorritori.

Ascolti, peraltro, del tutto inutili a fini pubblicitari. La Rai, in particolare, ha bruscamente ridotto la trasmissione di spot e reso pertanto inutile la corsa all’audience. Corsa che, a questo punto, si sospetta essere un esercizio di auto-esaltazione fine a sé stesso.

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5 aprile 2009

I quotidiani si agitano e si aggregano

Il primo step gli editori italiani lo hanno fatto nel momento in cui hanno iniziato ad aggreggare la versione online di tutte le proprie testate sotto un unico dominio. Prima utilizzando il dominio dell’editore o di un’iniziativa specifica per il canale (pensiamo alla genesi di Kataweb), poi quello della testata principale del gruppo.

Hanno così prevalso i grandi quotidiani, sotto i cui domini, con esiti spesso bizzarri in termini di naming, sono finite anche tutte le iniziative editoriali dei gruppi non riconducibili ad una testata specifica: dai siti promozionali agli annunci di lavoro, tutto ha trovato casa sotto tre-quattro cappelli principali e conosciutissimi.

Questo ha fatto sì che, nelle statistiche pubbliche, questi domini cappello esplodessero in termini di pageviews. La tendenza, peraltro, si è poi vista anche a livello internazionale: è notizia recente la scomparsa del sito dell’International Herald Tribune in favore del New York Times, con clamorosi danni all’indicizzazione dei contenuti.

Quella che invece è una peculiarità del tutto italiana è l’agitazione che ha contraddistinto il mercato a partire dall’annuncio della nascita di Premium Publisher Network, il consorzio fondato inizialmente da Rcs Mediagroup e Gruppo Editoriale L’Espresso poi arricchitosi con l’ingresso dell’Editoriale La Stampa e recenemente di Athesis.

L’agitazione deriva forse dall’entusiasmo di aver osato sfidare, a livello nazionale, i giganti internazionali della pubblicità a performance. In barba a qualsiasi normativa a tutela della concorrenza, il prossimo passo potrebbe essere un bel super-dominio che aggreghi tutti gli editori del consorzio. Tanto, se la concessionaria è la stessa per tutti…

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29 marzo 2009

Le occasioni sprecate della pubblicità sui mezzi pubblici

Solo chi attraversa quotidianamente le metropoli in lungo e in largo, passando decine di minuti su autobus, tram e filobus può avere idea di quanta noia si possa accumulare in attesa alla fermata o mentre il proprio mezzo è bloccato nel traffico, ma anche semplicemente durante il tragitto. Non che in metropolitana vada meglio: si risparmia solo la parte di traffico di superficie.

Il grande successo dei quotidiani gratuiti è dovuto in parte anche a questa voglia di far passare il tempo mentre si va o si torna dal lavoro. I più saggi leggono libri, i più stanchi (a causa della sveglia all’alba o della giormata di lavoro appena finita) iniziano a guardarsi intorno, leggendo (di nuovo) la lista delle fermate della metropolitana, le copertine dei quotidiani dei vicini o gli annunci pubblicitari.

Qui casca l’asino. Per una misteriosa tradizione (forse legata ai budget minimi degli investitori), i messaggi pubblicitari sui mezzi di superficie sono quasi sempre brutti, poco originali e di basso profilo. Gli annunci sulle televisioni presenti a terra o sui mezzi (Moby TV o Telesia, ad esempio) sono così ripetitivi che ad un certo punto si cerca il telecomando per cercare di cambiare programma.

Qualche giorno fa KTTB si lamentava della bruttezza delle affissioni in metropolitana a Milano. Qui si fa una preghiera ad agenzie pubblicitarie e investitori: imparate a fare pubblicità sui mezzi pubblici. Rendetela accattivante, originale, non ripetitiva. Avete migliaia di occhi puntati addosso, che non aspettano altro che di essere divertiti, informati, attratti dalla vostra comunicazione.

Se proprio non riuscite a cavare un ragno dal buco, almeno fate un annuncio tradizionale, ma con un sito Web ottimizzato per il mobile bene in evidenza. Ormai l’uso di Internet sul cellulare è diffusissimo persino in metropolitana e le chance di portare qualcuno a navigare sul sito sono molto più alte rispetto ad un indirizzo scritto su una pagina pubblicitaria in una rivista patinata.

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