15 giugno 2014

Un’estate poco europea

Ora che anche il secondo turno delle amministrative è andato, che la suora ha vinto The Voice e recitato il Padre Nostro in diretta, che tutti gli occhi sono puntati sulle partite di calcio del Mondiali piuttosto che sulle infinite repliche che iniziano a inanellarsi nei palinsesti TV, rimane giusto la voglia di consultare i siti di viaggio per cercare qualche idea di vacanza intelligente; possibilmente in Italia, ché i soldi son pochi e non perché è colpa dell’Euro come pensano gli stolti.

L’Europa d’altra parte, lo si è ampiamente visto nei toni della comunicazione politica alle europee, è un buon capro espiatorio piuttosto che la patria comune cui ambire; i vari popoli europei si guardano in cagnesco e non è certo il calcio il motivo scatenante. Anzi, ogni partita è l’occasione per tirare in mezzo meta-discussioni pseudo-politiche e così già infuriano i commenti in Rete contro la Germania, nonostante non sia affatto scontato il match diretto ai Mondiali.

Mentre la Rai rischia grosso coi tagli lineari imposti dal Governo, il resto dei media nazionali si aggrappa all’evento per ottenere abbonamenti (Sky) o vendere qualche copia in più (quotidiani) prima dell’ennesimo blackout estivo. D’altra parte abbiamo perso il conto del numero di estati problematiche consecutive; probabilmente 6, forse 7. Alcune proprio da dimenticare, altre sfumate: ma il nero è un colore fin troppo presente nei nostri ricordi recenti, altro che verde speranza.

Prima che arrivi il bianco della neve, tutta l’Europa dovrà essersi riorganizzata intorno al nuovo equilibrio politico del post-elezioni, che ha un sapore simile alle “grandi coalizioni” che dalla Germania in poi hanno piano piano preso il potere in diversi Stati. Un cerchiobottismo politico che rende felici quelli che gridano la morte delle ideologie ma che annacqua in maniera imbarazzante il dibattito politico: un ulteriore motivo per cui tutti noi ci staccheremo ancor più dal palazzo.

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31 maggio 2014

Saluti da Boston

Dopo Nizza, Praga e Berlino, stavolta i saluti ai lettori arrivano dopo aver visto in cosa Boston differisce non solo dalle nostre città europee, ma anche dalle sue sorelle d’Oltreoceano. La capitale del Massachusetts, infatti, è una piccola isola felice, in equilibrio tra una tradizione che sa valorizzare e uno sguardo deciso verso il futuro.

La tradizione è quella derivante dall’essere stato un centro rilevante per la storia americana, con una buona capacità di valorizzare i lasciti in chiave turistica senza appesantire la vita quotidiana del centro; lo sguardo verso il futuro non può che derivare dal cuore universitario, che può onorarsi di nomi di peso come Harvard e MIT.

L’essere tendenzialmente una città borghese, benestante, fa sì che il marketing locale sia molto focalizzato su chi può permettersi un tenore di vita alto: il caso più evidente è quello del cibo, che trova nella presenza convinta di Whole Foods Market la migliore espressione, fatta di gusto internazionale e alta qualità dell’offerta.

In città si rincorrono i messaggi pubblicitari dedicati ai manager delle principali Financial Institutions e società di consulenza che hanno sede in loco; i musei pubblici trasudano bellezza e opulenza, nonostante per ovvi motivi siano meno famosi di quelli di New York; per le strade le auto sono spesso eleganti e non solo carrarmati ingombranti.

Boston è insomma una città-modello per quelle che, da questa parte dell’Atlantico, si disperano di non saper più attrarre cittadini e investimenti, essendosi ormai convertite in ammucchiate di uffici e dormitori. Non mancano i problemi, ma la sensazione di saperli risolvere è più forte della nostra abitudine europea di piangerci addosso.

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17 maggio 2014

Troppi marchi di pasta?

Guai a toccare agli Italiani la pasta. Dopo le ondate di malumore collettivo lo scorso anno per l’affaire-Barilla, ora tutti hanno richiamato alla mente lo slogan “Silenzio, parla Agnesi” per scagliarsi contro Colussi, colpevole di voler chiudere uno stabilimento che zoppica da decenni.

Peccato che pochi di loro abbiano comprato la pasta col veliero in questi anni in cui trionfavano nuovi marchi di qualità come Garofalo, che ora a sua volta è sulla bocca degli specialist perché promessa in sposa agli spagnoli a causa di forti debiti bancari nonostante il successo.

Per salvare Agnesi oggi si parla di diversificare nei sughi, ma l’idea è già stata proposta anche pochi mesi fa per il rilancio di Antonio Amato e un anno fa per La Molisana. De Cecco già da tempo ha cercato di diversificare anche producendo dolciumi, ma non sono chiari i reali ritorni economici.

Il rilancio dello stabilimento Agnesi è piuttosto difficile, anche considerando l’altra fabbrica a Fossano. Gli operai di Oneglia stanno organizzando una manifestazione contro la dismissione del pastificio o la possibile cessione alla campana Rummo, che qualche giornale ha addirittura definito “gigante”.

La verità è che tutti questi produttori italiani sono nanerottoli e solo la Barilla riesce a competere a livello mondiale. Per gli altri non rimane molto spazio, nel momento in cui chi se lo può permettere compra pasta artigianale e chi non può compra le private label. Proprio quelle prodotte da Agnesi e Rummo.

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30 aprile 2014

I Papi e la suora

Sentire parlare di share televisivi superiori al 50% in Italia avviene raramente; tipicamente per le partite di calcio clou della Nazionale e per qualche picco di qualche puntata del Festival di Sanremo in annata buona (circostanza che avviene un po’ random, peraltro). Se poi lo stesso programma è tendenzialmente trasmesso uguale anche su altre piattaforme come quelle satellitari, ci si domanda su quanto possa essere stato alto l’ascolto complessivo reale.

Domenica l’ondata blu di Rai1 (il riferimento è ai puntuali approfondimenti Auditel di TVblog.it) è stata alta e sostenuta per ore grazie alla cerimonia di canonizzazione di due nuovi santi da parte dell’attuale Papa. Il tormentone mediatico ha posto l’accento sulla curiosa coincidenza della compresenza dell’ex Ratzinger e sul fatto che i prescelti avessero svolto lo stesso mestiere da vivi: quando capita un’altra occasione con quattro Pontefici protagonisti?

Il merito, dicono gli esperti, è della nuova aurea della Chiesa Cattolica costruita rapidamente da Bergoglio con atti di umiltà e dichiarazioni intelligenti, sin dalla nomina avvenuta appena pochi mesi fa. Non è difficile vedere atei e agnostici che tributano onore a Francesco I dopo anni di insulti verso i suoi predecessori, ritenuti di volta in volta troppo amici dei potenti, troppo omertosi rispetto agli scandali, troppo poco empatici per un ruolo così “universale”.

Persino un programma televisivo fantasma come The Voice ha visto un’impennata nell’attenzione (e quindi negli ascolti) grazie alla comparsa di una suora canterina: il messaggio che passa è quello di una rinnovata attenzione del pubblico verso i religiosi. Il Papa argentino è riuscito a incidere profondamente sulla comunicazione della sua Chiesa, pur in un periodo in cui le notizie negative non mancano, a cominciare dagli scandali sessuali che durano da anni.

Sembra che più di un politico citi l’attuale Papa nei brief con lo staff come esempio da seguire in vista delle prossime elezioni europee; il che può sembrare irrispettoso, ma è comunque un segno di apertura verso un nuovo stile di comunicazione, basato su buoni sentimenti, onestà e qualche strizzata d’occhio sugli aspetti positivi della realtà. Ora siamo tutti curiosi di vedere quali saranno le prossime azioni, le prossime comunicazioni, i prossimi messaggi espliciti e non.

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13 aprile 2014

Nigella Lawson al centro del mirino

Qualche giorno fa Nigella Lawson pare sia stata bloccata a Heathrow mentre tentava di partire per Los Angeles, con l’accusa di aver mentito sull’ESTA a proposito del suo consumo di droga. D’altra parte anche i sassi ormai conoscono i suoi consumi di cocaina e marijuana.

A sentire l’ex domestic goddess, il merito di questa sua seconda ondata di notorietà, decisamente meno positiva della precedente, è tutto merito dell’ex marito Charles Saatchi e dei suoi PR, che sono riusciti a ribaltare contro di lei l’opinione pubblica dopo il divorzio.

Meno di un anno fa, quando la querelle pubblica era iniziata col “giocoso” (?) strangolamento in pubblico, tutti i media e tutti gli spettatori difendevano la conduttrice come vittima di un marito violento; nel giro di pochi mesi la sua posizione è probabilmente danneggiata per sempre.

La vicenda delle assistenti e dei loro intrallazzi ha ulteriormente indebolito la sua immagine, che sin dagli esordi in TV era contraddistinta da un forte senso di positività e amore per il buon cibo; oggi si sprecano in Rete le battutacce sulle papille gustative rovinate dalla droga.

Sarebbe un peccato se la carriera della Lawson si interrompesse per sempre sulla base di maldicenze e mezze confessioni; sarà comunque il pubblico che continuerà a seguirla in TV e comprare i suoi libri; oppure no, se non la riterrà più un un testimonial credibile in cucina e fuori.

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30 marzo 2014

Il successo delle televendite glamour

L’ultima notizia in ambito home shopping televisivo è che HSE24 ha deciso di portare da 6 a 9 le ore di diretta quotidiane. Chiunque abbia una vaga idea dei costi di gestione di una diretta televisiva sa che lo sforzo è importante per una rete che opera su un canale a due cifre del digitale terrestre; eppure i numeri importanti di ascolto (si parla di 300.000 clienti affiatati) giustificano l’investimento.

Lo scorso anno si erano susseguite notizie simili sull’espansione di tutti i principali canali specializzati, anche in termini di approccio industriale al mercato italiano (leggi il mega-polo logistico di Qvc inaugurato lo scorso autunno in Emilia Romagna), con numeri davvero rilevanti, che testimoniano il successo anche in Italia di un modello su cui ormai si lavora da qualche anno, con qualche ricaduta multicanale.

Il successo di questi canali, dal punto di vista editoriale, è probabilmente da rintracciare nel tentativo di offrire una qualche forma di intrattenimento, ben lontano dalle terribili televendite straniere doppiate fuori sincrono e dai numeri del lotto che pure tengono in piedi diversi canali televisivi locali, funzionando sulle nicchie grazie ai meccanismi di spinta commerciale di cui parlava Gianluca Diegoli in un suo bel post.

È comunque un bene che ci siano player televisivi diversi dai soliti Rai, Mediaset, Sky, Discovery, specie nel bistrattato day time. In fin dei conti almeno la loro missione aziendale è chiara e gli show prodotti non lasciano spazio a misunderstanding sulla vera natura della comunicazione televisiva, al contrario del tanto branded entertainment che si legge sui palinsesti. Ma su questo si tornerà un’altra volta, perché merita.

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15 marzo 2014

Piattaforme fantasma

Bisogna ammettere che è un po’ triste vedere 2Spaghi, ex astro nascente della Rete italiana, così abbandonata a sé stessa; nella maggior parte dei ristoranti le recensioni si fermano a 3-4 anni fa, giusto qualche stellina è più recente. La redazione continua a vagliare e pubblicare i profili di nuovi ristoranti, ma il tutto pare un esercizio solipsistico di una community che non è mai diventata davvero tale. Dall’altra parte Tripadvisor cresce vertiginosamente anche in Italia, ma attirando critiche aspre dei ristoratori, che si trovano invischiati in vendette trasversali e racket criminali. Quindi si continua a utilizzare 2Spaghi sperando non muoia del tutto.

Uno use case per chi progetta sistemi di EPG: visto che è difficile ricordare se si è già visto un film o un episodio di una serie televisiva, aggiungere un flag “già visto” accanto ai programmi, magari col richiamo di un eventuale commento inserito. Non serve creare nuovi database, visto che molti utenti hanno già raccolto queste informazioni su siti come IMDb o su quella che all’apparenza era la piattaforma più promettente per seguire i programmi televisivi, Miso. Oggi è una landa semi-desolata, probabilmente a causa della volontà di offrire badge e punti (incomprensibilmente inutili) invece di sviluppare una discussione “second screen”.

La piattaforma fantasma per eccellenza, almeno in alcuni stati europei, resta comunque FriendFeed. In questo caso la comunità c’è e continua a resistere, nonostante gli investimenti pari a zero di Facebook, che ha cristallizzato il sito all’estate 2009. Ogni volta che FriendFeed è giù le varie community nazionali (pare che quella italiana e quella turca siano le più attive) si riversano su Facebook a discutere di quanto ci si trovi bene laggiù, di come i meccanismi tecnici e le dinamiche sociali siano talmente oliati da andare avanti da soli, sperando ci sia sempre un sistemista di Facebook che riavvii i server quando si impallano.

Ogni tanto ci arrivano le e-mail di piattaforme un tempo sottoscritte sull’orlo dell’entusiasmo e poi sparite rapidamente dal nostro radar: Diaspora, So.cl, MySpace se la giocano con piattaforme ancora attive come Flickr o Klout, che tirano a campare grazie al nostro smisurato ego. Alla fine spendiamo il nostro tempo social su Facebook, LinkedIn e Twitter, con qualche fuga “di nicchia” su Tumblr, Instagram, Pinterest; ma un occhio ai vari 2Spaghi, Miso, FriendFeed lo diamo volentieri. Perché sono piattaforme fantasma, ma contengono pezzi importanti della nostra vita recente, dei nostri consumi e delle nostre passioni.

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28 febbraio 2014

Binge viewing

Chi non ha mai provato la sensazione di aver visto un bellissimo film ed essere poi rimasti insofferenti dall’uscita forzata da quel micromondo, da quell’insieme di personaggi che ci hanno talmente coinvolto dal renderci indispensabile correre su Google e cercare più informazioni possibili sulla storia, sulle ambientazioni, sul cast?

Chi non ha mai visto un episodio di una serie televisiva ed è rimasto con l’acquolina in bocca per sapere quali saranno gli sviluppi del plot? Senza cadere nella trappola degli spoiler, ma proprio con la volontà di rituffarsi subito nello sviluppo orizzontale o scoprire nuove avventure in quello verticale, magari non la settimana dopo?

Quanti di noi da ragazzini si divertivano a leggere due-tre albi di fumetti tutti in una volta, impiegando ore per vedere le avventure dell’eroe preferito svilupparsi di pagina in pagina? O un po’ più cresciuti si sono dedicati a maratone a base di Signore degli anelli, I love shopping, Harry Potter a seconda di gusti, età e interessi?

Il binge viewing tanto di moda oggi è la risposta a tutte le domande. Non è difficile ritrovarsi volutamente a mettere da parte intere stagioni di serie televisive e poi dedicare maratone, soprattutto nei weekend, per vederle tutte di filato, come vere e proprie immersioni profonde in mondi paralleli, di natura comedy o drama.

Sembra che anche i produttori stiano iniziando a ragionare su questo fenomeno e così non sorprende tanto la notizia che House of Cards, la nuova serie con Kevin Spacey prodotta da Netflix, sia stata rilasciata al giorno uno in tutti i 13 episodi: le aspettative sono alte e il modello funzionerà sulle stagioni successive, per i veri drogati.

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15 febbraio 2014

Alta velocità, lenti lavori

Quando nelle scorse settimane sono apparsi questi cartelloni nella metropolitana di Milano, più di qualche pendolare stremato dall’attesa avrà notato il numero elevato di fermate citate: così a occhio, il grafico ha tirato in mezzo anche quelle che non ci sono ancora e forse un giorno arriveranno, sulla linea 5. Avrebbe potuto mettere anche tutta la linea 4, quella boicottata dalle lobby che non vogliono che la metropolitana arrivi a Linate.

Polemiche locali a parte, lo svarione di Tim fa sorridere perché la stessa lentezza che contraddistingue i lavori che dovrebbero consentire ai treni di sfrecciare sotto terra si può riscontrare nel setup delle infrastrutture che dovrebbero permettere la navigazione su Internet a velocità interessanti sia dal fisso che in mobilità. Lavori che si direbbe siano ripartiti, dopo anni in cui la fibra ottica sembrava un tabù e il 3G arrancava in provincia.

Scorrendo gli archivi di questo blog (dieci anni servono a qualcosa) si trova più volte riferimento alla rabbia sull’equazione xDsl = alta velocità; solo la necessità dei principali player wireline di costituire asset difendibili (leggi ad esempio l’infinita diatriba sullo scorporo della rete tradizionale da Telecom Italia) e aumentare l’ARPU stanno pian piano facendo ripartire le ruspe, che comunque si scontrano con forti resistenze sul territorio.

Il NIMBY si vede poi ancora più forte guardando la lentissima copertura LTE: le antenne per la telefonia mobile non le vuole nessuno, nemmeno quelli che poi si lamentano di non poter vedere i video in mobilità. I terminali ormai non mancano, eppure molti di noi hanno semplicemente spento l’opzione sullo smartphone o sul tablet: tanto funzionerebbe solo nel centro di alcune grandi città, non dove servirebbe davvero, di qualità.

È evidente che nel giro di qualche lustro tutto ciò sembrerà ridicolo, ma per ora stiamo bruciando opportunità di crescita economica per il nostro egoismo. Ci godiamo senza problemi le emissioni delle antenne televisive rapidamente riconvertite al digitale (segno che quando lo Stato crede in un cambiamento strutturale lo fa senza ritardi), ma non accettiamo che qualche strada venga bloccata per qualche settimana per essere cablata.

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31 gennaio 2014

Brianza triste, Italia triste

Pare ci sia stata una vera e propria rivolta da parte dei brianzoli nei confronti di Paolo Virzì, colpevole di aver ritratto nel nuovo film Il capitale umano una terra inumana, popolata da poveri arricchiti e ricchi impoveriti dalla crisi pesante che abbiamo vissuto negli scorsi anni, sia sul fronte produttivo che su quello finanziario.

Il film è bello come la quasi totalità di quelli del regista toscano, che riesce sempre a raccontare storie umane in profondità pur nell’alveo ristretto di una storia al cinema; le novità profonde sono il tono giallo/noir e le tre viste diverse sullo stesso plot narrativo, che si sviluppa lungo diversi mesi, tra speranze e rammarichi.

La Padania presentata nel film è fredda dello stesso freddo che stiamo vivendo tutti noi, non solo meteorologico: è uno specchio in miniatura del nostro Paese, con qualche tono più esasperato dal fatto di essere stata una delle locomotive d’Italia e di ritrovarsi oggi stretta dalla morsa di crediti inesigibili e magazzini pieni.

Nel film di Virzì manca quasi del tutto la vena positiva, che pur contraddistingueva gioielli come Ovosodo e faceva capolino nel pur drammatico La prima cosa bella; d’altra parte la scelta è comprensibile, perché non è solo la Brianza a essere triste in questo periodo, lo è tutta l’Italia e lo è purtroppo da troppi anni.

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