29 agosto 2010

Requiem per Blockbuster e i suoi fratelli

L’etichetta di “zombie” venne affibbiata a Blockbuster a inizio 2006 da Edward Jay Epstein; sebbene i debiti fossero ancora sotto controllo, la puzza di cadavere iniziava ad aleggiare, soprattutto negli Stati Uniti. Netflix erodeva già fette consistenti del mercato del noleggio DVD e WalMart era ormai il primo player nella vendita di film, ma il peso della catena si sentiva ancora sulle decisioni più importanti nell’industria cinematografica. Non a caso l’aver dismesso il formato HD DVD da parte di Blockbuster era stato uno degli eventi che aveva dato via libera al Blu-Ray.

In Europa le cose andavano un po’ meglio, ma i tempi in cui i videonoleggi erano le attività presentate come “più promettenti” sui cataloghi di franchising, seppur distanti pochissimi anni, erano anche “culturalmente” lontani. Blockbuster si dedicava nel frattempo alla compravendita di videogiochi usati come sorta di business anticiclico, ma senza abbattere in maniera sensibile il pricing del core business. Al contrario, Blockbuster negli ultimi anni ha sì lanciato qualche promozione sui film in stock, ma si è ben guardata dal togliere balzelli come la multa per le consegne in ritardo.

Quando nella primavera dello scorso anno Alberico Tremigliozzi ha parlato di Chapter 11 sul suo blog, ha avviato una discussione tra Clienti e Dipendenti dei punti vendita Blockbuster, quasi tutti concordi nel definire fuori mercato il modello economico dell’azienda e ancor più della filiale italiana. Nel frattempo negli ultimi mesi sono spariti decine di punti vendita da città grandi e piccole, a causa di un mercato quasi del tutto asfittico come quello italiano, in cui la già flebile richiesta di cinema “premium” è servita (per chi può permetterselo) da TV satellitari e digitali.

La vetrina delle offerte di un videonoleggio a Reggio Emilia

Oggi che il fallimento di Blockbuster è più di un’opzione, più che la prevedibile morte della catena piangiamo anche l’imminente dipartita delle videoteche indipendenti che, come dimostrano vetrine così, ormai sopravvivono solo con offerte super-stracciate per i cinefili. Persino i film hard o le cibarie, come si nota, sono in saldo: i videonoleggi sono ormai di attività economiche rare, addio alle piccole miniere utili a chi volesse rivedere film magari vecchi, o magari comprare e conservare un disco cui si era particolarmente affezionati, magari non esattamente una pellicola di cassetta.

I Blu-Ray non avranno lo stesso successo del DVD proprio perché stanno lentamente sparendo i punti vendita propensi a vendere contenuti su disco, musicali o cinematografici. Muore Blockbuster come qualche anno fa morivano i negozi di dischi, spariscono i reparti dalla GDO e rimangono disoccupati migliaia di dipendenti e piccoli imprenditori. È un trionfo dopo l’altro della “bassa definizione”, è uno iato che si ampia tra chi può permettersi di andare quando vuole al cinema e chi si accontenta di quello che passa la TV di sera in sera, senza più opzioni alternative sotto casa.

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18 agosto 2010

Una settimana senza Web

Stufi di andare all’Estero e venire martoriati da tariffe senza senso? Può essere una scusa per staccare da Internet per un po’. La sensazione, soprattutto per gli heavy users della Rete, è quantomeno straniante: niente social network, niente video, niente giornali e così via. Il che, confrontato con la routine “quotidiana” di molti di noi, fa riflettere sul costante grado di interconnessione, solo per un attimo interrotta.

Andando in giro per una settimana con iPad e smartphone (ma senza BlackBerry, perché le notifiche delle e-mail, specie di lavoro, sarebbero un richiamo continuo alla vita di tutti i giorni), c’è tempo per rilassarsi, godere accompagnatori e luoghi da visitare, rimanere sereni senza pensare alla politica italiana, alle quotazioni dei titoli o ai check-in di chi ci tiene a farci sapere di essere alla fermata del tram.

Al massimo, il relax della vacanza (specie di quella all’Estero) regala un po’ di tempo spurio per leggere qualche articolo di approfondimento sulla tavoletta “wireless ma non troppo”, delegando a qualche hot spot gratuito Wi-fi un check saltuario della posta elettronica personale. La quale, privata delle notifiche dei social network, torna ad essere leggera e utile come pochi altri strumenti sulla Rete.

Rimane il problema della posta elettronica di lavoro, ma anche in quel caso un rapido check giornaliero, almeno nei periodi di “magra” come può essere agosto, è sufficiente; per il resto, ci si rende conto che le comunicazioni veramente urgenti arrivano via SMS. Se si riescono a evitare anche le telefonate, il mobile rimane un bel mattoncino per navigare le mappe ed evitare di perdersi in giro per il mondo.

L’esperienza merita di essere ripetuta più spesso. La cosa più divertente è poi tornare in Rete a curiosare sui social network e trovarli invasi di discussioni sulla presunta morte del Web. Dopo una settimana di astinenza, ci si rende conto di quanto il Web sia fondamentale e in tal senso si è felici di dar torto alle cassandre: a meno di non essere sempre in vacanza, è indispensabile. O quantomeno utile.

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1 agosto 2010

Tra le due litiganti, l’incumbent gode

Si discute, sui forum dei calciofili, degli spot bizzarri che in questi giorni circolano sulle reti Mediaset: il messaggio è tipo “Da quest’anno 12 squadre giocano su Mediaset Premium”, ma poi i protagonisti della campagna (tra cui Gerry Scotti) elencano 10 squadre e mostrano i relativi loghi. Sul sito fino a qualche giorno fa regnava ulteriore confusione: squadre con vasto seguito come la Sampdoria una volta erano dentro e un’altra fuori; solo da pochi giorni a livello puramente testuale vengono elencate 12 squadre, ma rimangono 10 simboletti sui banner.

Peccato per questa confusione, anche perché sin dall’esordio la comunicazione di Mediaset Premium è stata contraddistinta da spot di buona fattura e bello stile. La sensazione è che stavolta si corra per cercare di recuperare sottoscrittori in extremis prima della partenza (manca ormai meno di un mese) del Campionato di Serie A, anche se la colpa di tutto questo disordine è della procedura di assegnazione dei diritti da parte della Lega Calcio, che ha fatto l’altalena tra Mediaset e Dahlia fino ad esaurimento delle disponibilità delle due piattaforme.

Proprio la piattaforma nata dalle ceneri di La7 Cartapiù è la vittima di questo teatrino infinito, visto che ora deve costruire la propria offerta su 8 squadre abbastanza marginali; l’unico vero asso nella manica sembra la copertura completa del calendario di Serie B, anzi di serie bwin (notevole esempio di sponsorizzazione, molto più efficace del pleonastico “Serie A Tim”). Peraltro, la copertura sul territorio è ancora quella che è e forse solo il passaggio definitivo al digitale terrestre su tutto il territorio nazionale potrà consentire una vera competizione.

Chi vince davvero a mani basse? Naturalmente, Sky. Che può permettersi di comunicare con efficacia la copertura di interi campionati internazionali e spostare perciò il focus della propria comunicazione sulla qualità del proprio servizio, interamente in alta definizione, giustificando un costo notevolmente superiore dei propri abbonamenti. Sky è ancora l’incumbent in ambito pay TV e il prossimo debutto sul digitale terrestre (seppure con forti limitazioni) sarà uno sgambetto notevole a Mediaset e Fininvest. I maliziosi prevedono decreti governativi ad hoc.

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18 luglio 2010

Blog a servizio ridotto

Questo post serve soprattutto a tranquillizzare i lettori di .commEurope: al momento niente drammi estivi come lo scorso anno, ma solo un rallentamento che segue la tendenza estiva di questo blog. La scelta per luglio e agosto 2010 è infatti di diluire l’impegno rispetto al post settimanale tipico di questo blog, ma continuare a scriverci su.

Per molti di noi, si spera per tutti gli amici di .commEurope, questi sono week-end di relax in giro per l’Italia, preludi di periodi di vacanza finalmente imminenti. Capita comunque di lavorare un po’ o di leggere online per mantenersi aggiornati, anche perché altrimenti non ci sarebbe molto di cui parlare quando la voglia di scrivere prevale sulla pigrizia e sull’ozio estivi.

Chissà se tutto ciò vale anche per i corporate blogger. Magari avrebbero voglia ogni tanto di allentare il ritmo, di smettere di scrivere post “attraenti” rispetto alla realtà sonnolenti delle proprie società. Perché un conto è riuscire a perfezionare uno stile di scrittura coerente con l’immagine aziendale, un altro far appassionare i lettori.

Viene quasi da immaginarli, questi corporate blogger annoia(n)ti, che vanno dai referenti aziendali e li convincono che i blog sono morti, che invece di mantenerli a servizio ridotto, tanto vale chiuderli e passare ad una meno impegnativa gestione di un profilo di Facebook. Tanto questo mondo virtuale è così fugace che si può agevolmente dimostrare di tutto.

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4 luglio 2010

In morte di Pietro Taricone

Le ore di apprensione per la sorte di Pietro Taricone ed il cordoglio che è seguito all’annuncio della sua morte probabilmente ci ronzeranno in testa per lungo tempo. Per il dramma umano, certo, ma anche per l’incredibile girandola di opinioni, ricordi, giudizi e commenti che ha contraddistinto la scomparsa di un personaggio che, (tendenzialmente) nel bene e (qualche volta) nel male, ha segnato il decennio appena concluso.

Che Mediaset non volesse lasciarsi sfuggire l’occasione per lucrare sul dolore si era già intuito quando le notizie provenienti da Terni erano ancora piuttosto frammentate e confuse: l’unica certezza era che a lottare con la morte c’era un uomo giovane e famoso. Le reti televisive si sono scatenate poche ore dopo, dando alla vicenda un taglio “personalizzato” che ricordava un po’ quello del lutto per Raimondo Vianello.

IIn questo caso, tuttavia, il fascino del personaggio e la storia peculiare erano manna dal cielo per programmi scandalistici e pseudo-giornalistici. Le trasmissioni dedicate all’evento su Canale 5 hanno fatto il boom di ascolti, riprendendo ad oltranza immagini vecchie di 10 anni e istituzionalizzando il ruolo di Pietro Taricone come “vincitore morale” della prima e di tutte le edizioni del Grande Fratello, reality show di punta della rete.

Un vero peccato, visto che il giovane attore negli anni si era allontanato in maniera evidente da quella esperienza, sia in termini di scelte di vita (fu molto discussa la sua “fuga in campagna”), sia artistiche: magari con ruoli marginali, ma film e serie televisive interpretate denotavano un percorso creativo in piena crescita. Il personaggio di Ermanno in Tutti pazzi per amore 2 sicuramente è stata una prova da attore brillante e consumato.

Non è stata solo Mediaset, tuttavia, a cercare di sfruttare l’attenzione collettiva per la morte di Pietro Taricone. Si sono sentiti in dovere di ricordare il personaggio autori di destra e di sinistra, con l’ennesimo sbracciarsi di Roberto Saviano a rasentare il ridicolo. La voglia di appropriarsi del personaggio da parte di Casa Pound (come era già avvenuto per Rino Gaetano) ha ulteriormente scatenato dibattiti spesso insensati.

Rimane il dolore per Kasia Smutniak e per la loro figlioletta, sbattuta in prima pagina dai giornali a caccia di dettagli sulla morte di quello che è già stato definito “il James Dean italiano”. Rimane la compassione per i genitori, perché perdere i figli è difficile e lo è ancora di più quando sono così giovani. Rimane la pietà per una vita spezzata per spavalderia, ma anche la tristezza per chi ora non potrà più difendersi dal chiacchiericcio.

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27 giugno 2010

Logistica bizzarra e consumatori masochisti

Basta trotterellare per gli scaffali dei supermercati italiani per notare una quantità crescente di prodotti pronti, semi-pronti o “veloci da preparare”. La qualità è eterogenea, anche se mediamente alta, vista la crescente presenza di prodotti senza conservanti e comunque molto più differenziati di un tempo. Quello che sorprende, semmai, è l’origine degli alimenti stessi: non è infrequente trovare confezioni come quella di sotto, in un supermercato a 640 km dal luogo di produzione, quando l’alternativa italiana distava 45 km.

Due immagini da una confezione di Vellutata di carciofi di Gerusalemme Knorr

Nulla da eccepire sulla possibile qualità di questo o altri prodotti confezionati, cui va riconosciuto il merito di proporre ricette sempre più originali (chissà quante confezioni vendute ad appassionati di carciofi invece che di tuberi), per intercettare un pubblico sempre più evoluto, che a questo tipo di prodotti deve ricorrere perché magari presissimo da una vita professionalmente intensa. Il compito di molti di noi che si occupano di marketing e dintorni, peraltro, è convincer loro che si tratti della soluzione più adatta in tali occasioni.

Dove il marketing può far poco, è nei casi in cui l’unico driver di scelta del consumatore è il prezzo. Non c’è campagna di esaltazione del tubero che tenga quando allo scaffale dei costosissimi cibi semipronti del supermercato di quartiere non ci si arriva proprio e si punta dritto all’hard discount sotto casa per cercare magari un cibo più semplice e veloce da preparare, come può essere una mozzarella. Tra l’altro, in questo caso, l’occhio all’etichetta non cade, visto che in molti casi non c’è proprio, non essendo obbligatoria.

Il riferimento al formaggio del discount, ovviamente, deriva dalla storiaccia delle mozzarelle blu, che negli scorsi giorni ci ha colpito molto e spinto per l’ennesima volta a riflettere non solo sulle dinamiche un po’ bizzarre della logistica di cui sopra ma anche sulle scelte di acquisto dei consumatori come ha fatto Fiorenzo Sartore su Dissapore. Perché a tutti piace risparmiare qualche Euro, ma farlo sul cibo è da dementi: buona intossicazione a coloro che vogliono farsi del male, indipendentemente dalla provenienza dei cibi.

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20 giugno 2010

Pierluigi Diaco, arrogante di successo

Il successo iniziale di Pierluigi Diaco era legato al suo ruolo istituzionale di “giovane intellettuale”: veniva invitato in contesti in cui si destreggiava come una Susanna tra i vecchioni. Fossero trasmissioni televisive o radiofoniche, eventi politici o convegni imprenditoriali, Diaco portava la voce di una persona giovane ma, signora mia, veramente brillante. Un primo della classe appena uscito dalla scuola (apparve in TV a 17 anni), sempre pronto a parlare di musica, politica, economia e tendenzialmente di tutto lo scibile umano.

Il problema è che negli anni Diaco è invecchiato e non è riuscito a ritagliarsi un ruolo distintivo. Ha provato a buttarsi in politica, ottenendo solo irrisione e non consenso; ha cercato di interpretare a modo suo la professione di giornalista, su quotidiani di nicchia come Il Foglio o periodici di massa come Panorama; ha condotto trasmissioni eterogenee in televisione, finendo a litigare con gli ospiti. Nonostante questo altalenare tra auto-esaltazione e rischio-dimenticatoio, è comunque riuscito a guadagnare la stima di molti potenti.

Oggi Diaco conduce Unomattina Estate e per la prima volta ha l’opportunità di comunicare col grande pubblico di Rai Uno: ne approfitta fino in fondo e come ha notato Aldo Grasso è, in un certo senso, la sua consacrazione, il coronamento di un percorso di botte a destra e a sinistra, di ossequi verso i potenti di politica e show business. L’ex giovane sa della visibilità del suo nuovo ruolo e ne approfitta fino in fondo per comunicare ai telespettatori la sua visione del mondo, della vita, della società, della cultura.

I suoi siparietti acidi con Georgia Luzi ormai sono famosi, la sua arroganza fa rabbrividireil suo enciclopedismo stupisce chi non lo conosce e non di certo in positivo. Diaco sa di avere successo  su alcuni target, perché sa come interpretare in chiave populistica le sue occasioni di confronto con ogni microfono sotto tiro. In fin dei conti, Filippo Facci aveva già scritto tutto di lui quasi dieci anni fa, quando si temeva che Diaco ce l’avrebbe fatta davvero. Per ora non è andata così, speriamo continui a rendersi ridicolo ancora a lungo.

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13 giugno 2010

Mondiali di calcio e dicotomie quadriennali

Se c’è una cosa che infastidisce chi non è interessato allo sport, quanto e addirittura più dello sport stesso, è l’ossessione collettiva che gli eventi sportivi più noti fanno partire un anno sì e uno no: le Olimpiadi estive o invernali, ma soprattutto, gli Europei o i Mondiali di calcio, sono l’esempio perfetto.

Nel nostro continente i markettari attendono con ansia questi anni, solitamente pari, per ridisegnare un numero imbarazzante di campagne promozionali che ricordino, in modo diretto (diritti permettendo) o indiretto (un pallone o una bandiera nazionale non si negano a nessuno) l’Evento.

L’effetto sui non-sportofili, si diceva, è potente quanto e forse più di quello sugli appassionati: magari l’appello al tifo funziona con la Mapei di turno, ma diventa deleterio quando si cerca di puntare sui target che, ai festeggiamenti a notte fonda, preferirebbero passatempi magari meno popolari, ma molto più rilassanti in tempi di calura eccessiva.

In Italia come in Francia o in Germania, in queste settimane di Mondiali 2010, si creerà la consueta dicotomia quadriennale tra chi gode col frastuono delle trombette da stadio e chi aspetterà strenuamente che dal Sudafrica smettano le telecronache, che sui giornali si parli d’altro, che non spuntino più palloni su tutti i manifesti.

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7 giugno 2010

BP distrutta dal disastro del secolo

Fa quasi sorridere, alla luce delle magnifiche sorti dell’ecosistema Apple e del relativo rapporto coi DRM musicali, il baillame che sollevò l’infelice vicenda del rootkit Sony. Sembra del tutto minuscolo, il turbamento dell’opinione pubblica di un paio d’anni dopo, quando il mondo scoprì i pericolosi segreti di alcuni giocattoli Mattel. Desta ancora tristezza, ma in fin dei conti appare un caso isolato, l’imbarazzante caso del Carrefour accusato di essere nemico dei bimbi disabili. Si potrebbe andare avanti così, rileggendo oggi come ormai insignificanti molti dei casi di crisis management che avevano colpito gli esperti di relazioni pubbliche negli scorsi anni.

Il terribile disastro della Deepwater Horizon, infatti, oltre ad essere un danno gravissimo e del tutto imperdonabile per l’ambiente mondiale e per le popolazioni che ne subiranno gli effetti per decenni, sta segnando in maniera significativa un’intera generazione di professionisti del mondo della comunicazione. Da un lato, chi lavora nelle aziende, soprattutto quelle a vocazione più industriale, si rende conto che non ci può essere teoria che tenga, tecnica di legittimazione che risulti opportuna per un disastro di simili dimensioni; dall’altro lato, chi si occupa di informazione scopre di essere davanti ad un caso Bhopal ancora più strisciante, dalle conseguenze imprevedibili.

Oggi come allora, a distanza di tre decenni, il mondo trema per qualcosa che va oltre le discussioni ideologiche su inquinamento e fonti rinnovabili: è paura reale che si traduce in scia chimica, incapacità di gestire la complessità industriale e saperne gestire le ricadute in caso di pericolo. Non c’è PR che tenga, quando un dramma profondo assume proporzioni così rilevanti oltre che nell’immaginario, anche nella realtà quotidiana di migliaia di famiglie. Massimo rispetto per i dipendenti BP, per la maggior parte vittime più carnefici; tuttavia, la loro incapacità di gestire la tragedia, soprattutto dopo che è avvenuta, non può che rimanere impressa per sempre.

Le rielaborazioni del logo BP pubblicate su World Famous Design Junkies

L’immagine della storica Società è completamente distrutta. E questa non è una grande vittoria neppure per chi da sempre l’ha osteggiata, magari anche con azioni dimostrative clamorose, ma sempre da “nemico” chiaro nei suoi intenti. Nonostante l’ottimismo strisciante sul sito istituzionale della compagnia petrolifera abbiamo perso tutti e, come nota l’ormai noto @BPGlobalPR, piuttosto che cercare di mettere la polvere sotto il tappeto, è bene che BP mostri con chiarezza i risultati del suo operato ed investa tutto il possibile per riparare. Poi ci sarà il tempo di ricostruire un’immagine, magari puntando sulle energie alternative. Ma ci vorranno decenni, forse secoli.

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30 maggio 2010

Wireless, ma non troppo

In questi giorni di eccitazione collettiva per l’iPad, gli Apple-maniaci si precipitano ad esaltare la capacità del nuovo terminale di abilitare nuovi modelli di comunicazione interpersonale in mobilità, spaziando dalle attività più ludiche al lavoro intenso dei professional, che finalmente hanno uno strumento di dimensioni sensate su cui lavorare rispetto agli schermi ed alle tastiere degli Smartphone che pur negli scorsi anni avevano contribuito a definire un nuovo paradigma di collaborazione a distanza.

Nulla di particolarmente diverso dagli UmPC già disponibili sul mercato negli scorsi anni, a dire il vero: l’iPad è costoso per un uso amatoriale, ma rispetto ai modelli meglio disegnati degli ultimi anni (un nome su tutti: HTC Shift) ha un prezzo relativamente più accessibile e soprattutto una migliore integrazione con le tecnologie dominanti del futuro, cloud computing in particolare. Il design fortemente wireless-centrico tipico della produzione Apple degli ultimi anni trova infatti nell’iPad il suo trionfo definitivo.

Come la maggior parte degli UmPC, Tablet PC e Smartphone evoluti visti sul mercato negli ultimi anni, tuttavia, l’iPad si scontra con il drammatico crollo della batteria dopo poche ore di utilizzo intensivo: proprio le connessioni dati, quella UMTS in particolare, sono artefici di un consumo esasperato di energia; gli schermi, sempre più larghi e luminosi, fanno il resto. Si fa fatica a fidarsi di terminali potenti, ma troppo in balìa del litio per essere strumenti di lavoro affidabili su base continuativa.

Sono un po’ di anni che si discute della cosiddetta “wire-free power”, l’alimentazione a distanza, senza troppi risultati: i prodotti oggi disponibili sul mercato al massimo consentono di risparmiare qualche filo mettendo cellulari e altri gadget tecnologici su piastre caricatrici. Si tratta dello scoglio più grande che questi terminali (e poi a salire quelli energeticamente più impegnativi, quali i notebook) dovranno affrontare nei prossimi anni, per realizzare finalmente il sogno di un lavoro veramente wireless.

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