Dopo anni effervescenti, il valzer intorno a Telecom Italia Media sembra essere arrivato alla fine: nelle scorse ore Umberto Cairo ha tranquillizzato gli azionisti sull’imminente finalizzazione dell’acquisizione di La7 grazie al via libera dell’Antitrust. Anche i più sospettosi dovrebbero essersi l’anima in pace sull’effettiva svolta dopo mesi di trattative. Rimane però in pancia alla società la partecipazione del 51% di MTV Italia, la joint venture con MTV Networks Europe che gestisce l’omonima rete e una serie di canali secondari in ambito musicale e kids. E allora ecco il via a una nuova girandola di voci, finalizzate forse a convincere Viacom ad andare oltre il suo 49% acquisendone la totalità.
La più forte è stata la dichiarazione del presidente di Telecom Italia Media, Severino Salvemini, a margine dell’assemblea degli azionisti: riferendosi in particolare a MTV, ha detto che, per renderla più attraente verso nuovi soci, «La tv verrà asciugata nella parte musicale e verrà resa più generalista». I fan hanno tremato: ancora meno musica di così? Di fatto non passano più videoclip sul canale 8 del digitale terrestre: tante produzioni originali come Ginnaste, Mario, La prova dell’otto, Calciatori; tanti programmi terribili importati dagli Stati Uniti, come Jersey Shore o i vari drammi sulle adolescenti incinta; un po’ di serie di culto come Scrubs, New Girl, Modern Family. Ma niente musica.
La direttrice Antonella di Lazzaro difende da tempo la sua impostazione sempre più generalista, facendosi scudo di programmi come Il testimone che obiettivamente in anni poveri di creatività come questi costituiscono prodotti televisivi di qualità e impegno civile. Ciò non toglie però che MTV abbia completamente smarrito la sua vocazione originale, lasciando spazio aperto a possibili concorrenti che, nello spezzatino dei nuovi canali digitali/satellitari potrebbero recuperare le nicchie tempo per tempo abbandonate. La despecializzazione potrebbe anche piacere a Viacom, che ha lasciato per strada la musica anche in altri Paesi; ma gli spettatori giovani cambiano rapidamente gusti e se il nuovo proprietario statunitense toglierà dal palinsesto anche le chicche di produzione italiana, chi rimarrà a guardare MTV?
La foto di Silvio Berlusconi che plaude raggiante alla riconferma di Giorgio Napolitano come Presidente della Repubblica ruota vorticosamente sui social network da qualche ora, come una sorta di clava agitata contro i grandi elettori di PD, PDL, Lega Nord e Scelta Civica che dopo aver intrallazzato per un po’ di giorni non sono riusciti a far altro che chiedere a un vecchietto volenteroso di continuare a fare da paciere.
Queste giornate hanno rappresentato il punto più basso della comunicazione politica (e probabilmente in generale uno dei più bassi della politica italiana) della storia repubblicana, mostrando l’incapacità di tutte le forze politiche di interpretare e tradurre in azione concreta i desiderata degli elettori. Né SEL, che pure è rimasta coerente nel corso degli scrutini, né il Movimento 5 Stelle sono riusciti a salvarsi dal naufragio collettivo.
Si sono alternati sulla scena capi-partiti, capi-corrente, capi-di-non-si-capisce-cosa a lanciare messaggi incrociati, ultimatum, dichiarazioni ai giornalisti; contenuti e pensieri postati da cittadini e politici sui social network sono stati frullati, sovra-interpretati e mischiati con gli spunti delle agenzie per riempire le ore di diretta di programmi come quelli de La7, con Enrico Mentana in video per decine di ore, come conduttore od opinionista.
In questo delirio i leader, soprattutto quelli del Partito Democratico, hanno fallito miseramente nel comunicare razionali e motivazioni nobili (si spera) delle proprie scelte, auto-condannandosi a posizioni di debolezza che nell’immediato si sono tradotte in imbarazzanti sedute monopolizzate da franchi tiratori e nel medio termine nel sicuro insuccesso alle prossime elezioni. Non esisterà campagna elettorale che potrà rimediarvi.
Time Warner cede Time. La notizia è decisamente più rilevante di quando il conglomerato perse per strada il prefisso AOL, che era stato apposto a inizio millennio a seguito di una strana (se vista con gli occhi di oggi) operazione finanziaria in cui teoricamente era stata proprio America On Line, con una capitalizzazione drogata dalla dot-com bubble, a comprare Time Warner.
Time da un lato e Warner dall’altro erano e sono marchi storici dei media internazionali e la fusione con AOL non ha mai creato le sinergie sperate; la verità è che nell’ultimo decennio la progressiva erosione del business editoriale tradizionale è stata combattuta investendo più sulla TV che sulla Rete. Ora è appunto giunto il momento di tagliare definitivamente il “ramo secco” cartaceo.
Addio a riviste come Time, Life o Sports Illustrated, dopo che negli anni nel gruppo erano transitati marchi importanti come MTV, Atari, Hanna-Barbera e tutto il mondo Warner Music Group, che ormai da tempo al di là del nome non è più parte di Time Warner. Rimane qualche dubbio sul destino di attività come DC Comics, che seppur nate su carta hanno potenzialità “cross-mediali”.
Gli impatti saranno visibili in tutto il mondo, visto che Time Warner negli ultimi anni si sta giocando la leadership con Walt Disney Company, a sua volta negli ultimi anni protagonista di significative operazioni di M&A. Ma sono soprattutto gli effetti sui gruppi europei quelli che osserveremo con più attenzione: arriverà il giorno in cui L’Espresso o RCS venderanno le attività tradizionali?
Il personaggio-simbolo della nuova schiera di politici italiani è probabilmente Rocco Casalino, quarantenne pugliese che entrò nelle nostre vite nel 2000, quando partecipò alla prima edizione del Grande Fratello, l’unica di cui si ricordano ancora i partecipanti a memoria. “Rocco del Grande Fratello” è stato sugli schermi per anni, poi si è eclissato come molti dei suoi compari.
Dopo qualche attività come giornalista in TV locali, Casalino è tornato alla ribalta lo scorso autunno su Rai1, parlando della sua candidatura al Consiglio Regionale lombardo col Movimento 5 Stelle. Candidatura poi a quanto pare auto-abortita «per evitare discussioni» legate proprio al suo passato televisivo, poco compatibili con gli strali quotidiani di Beppe Grillo contro la TV.
Negli scorsi giorni questo sfaccettato personaggio è apparso a seguito dei capigruppo Vito Crimi e Roberta Lombardi nelle (infruttuose) consultazioni con Pierluigi Bersani, con un ruolo pare formale nello staff di comunicazione del partito (chiamiamolo così) outsider delle ultime Elezioni politiche. Con un profilo nuovo, distante dai canoni di comunicazione del Centrodestra.
Rocco Casalino è un caso limite di una nuova generazione di personaggi che cerca di fare i conti col proprio passato cercando al tempo stesso di dare contenuto e credibilità alle nuove forze politiche. È sbagliato dare corda a chi lo ritiene un cretino solo perché ha ceduto alla tentazione di fare TV, da ragazzo; ora ha la possibilità di mostrare davvero quello che vale, da adulto.
Di facce nuove se ne stanno vedendo tante e anche se Le Iene e i loro quiz a tradimento a volte svelano una certa ignoranza dietro molte di loro, faremmo bene a non essere preconcetti giudicandole in base al loro passato, pubblico o meno. Quantomeno fino a quando non si capirà se si tratta di esseri umani senzienti e capaci di discernimento, oppure di bambole radiocomandate.
Quando una sera la notizia ha fatto capolino su Corriere.it, molti dei consulenti che lavorano in ambito Finance hanno sentito un brivido lungo la schiena: difficile non aver lavorato almeno una volta con un grande gruppo come il Monte dei Paschi di Siena, magari proprio a servizio di David Rossi, responsabile della comunicazione suicida in ufficio.
Da settimane, mesi, MPS è sulla bocca di tutti; Centrodestra e Movimento 5 Stelle hanno insistito pesantemente in campagna elettorale e poi ancora dopo le elezioni sulla connivenza tra Centrosinistra e poteri forti nella città del Palio. Non deve essere stato facile per Rossi riuscire a mantenere la testa al di sopra del mare di melma che lo ha travolto.
Come molti dei colleghi Manager del terzo gruppo bancario italiano, Rossi è stato per anni criticato in Rete, infine si è trovato direttamente coinvolto nelle indagini su situazioni gravi e inimmaginabili dall’esterno. È terribile pensare a quanto debba essere stata forte la pressione per farlo arrivare alla decisione estrema di togliersi la vita.
Il massacro collettivo di Montepaschi non fa bene alla Banca, che è un organismo vivo formato da migliaia di collaboratori; non fa bene all’intera industry, che è già segnata da campagne intestine in un momento in cui tutti i player cercano di raccimolare l’attenzione e gli spiccioli di risparmiatori sempre più disillusi, critici, senza prospettive.
Forse la retorica pubblicitaria degli scorsi anni della banca nata nel 1472 oggi può risultare stucchevole, coi suoi spot firmati da grandi registi finalizzati a raccontare la storia di crescita del Paese; eppure solo gli ingrati non riconoscono gli investimenti MPS in ambito culturale, sportivo, artistico degli ultimi decenni a Siena, Mantova e non solo.
Sorvoliamo sul fatto che quaggiù si fosse parlato di un collegamento tra politica e Sanremo già negli scorsi anni, in occasione della rivolta degli orchestrali o della stralunata edizione dello scorso anno; il risultato delle elezioni politiche di quest’anno ha non solo confermato la solita tendenza populistica degli italiani, ma anche il solito amore per il male minore.
Come è avvenuto praticamente sempre negli ultimi anni, anche quest’anno sul podio sono arrivati personaggi imbarazzanti (stavolta era il turno dei Modà) e ancora una volta abbiamo tirato un sospiro di sollievo per la vittoria di un meno peggio (Mengoni). La novità rispetto agli altri anni era la presenza tra i finalisti di Elio e le Storie tese, ancora condannati all’argento.
Non che le loro canzoni sanremesi fossero un capolavoro: alcuni tra noi fans siamo rimasti un po’ perplessi sebbene non sia mancato il prevedibile apprezzamento degli orchestrali e di parte del pubblico. Qualcuno ha ironizzato sul fatto che percentualmente il risultato di Elio sia sembrato quello del Centrosinistra alle elezioni politiche ed effettivamente il target è simile.
Il loro vero successo sul grande pubblico è stato il jingle dello spot Vodafone. Il pinguino Pino spopola tra ragazzini e adulti grazie alle sue strofe surreali e agli arrangiamenti efficaci. È un corto circuito mediatico/culturale lontano anni luce dalla vittoria di Vecchioni o da L’Italia dei cachi: è il genio musicale prestato alla pubblicità e dimenticato sul palco di Sanremo.

Confrontando questa mappa dei risultati in ogni comune con quella delle elezioni politiche precedenti, c’è qualche macchia gialla in più (Movimento 5 Stelle), i comuni rossi rimangono quelli di sempre tra Emilia Romagna e Toscana, ma per il resto c’è ancora tanto blu. Un po’ meno di quando in quella primavera 2008 pre-crisi vinse Berlusconi a man bassa, ma non è che il sentiment popolare sia poi cambiato tanto. Quel sentiment che molti di noi faticano seriamente a capire.
Potrebbe semplicemente dipendere dal fatto che ignoriamo cosa in questi mesi è avvenuto per strada, nei negozi, nei mercati, in televisione. Mentre in Rete da un lato ci si confrontava da mesi sul destino del Partito Democratico definendo con le primarie chi avrebbe avuto dovuto godere del “sicuro” posto da Premier e dall’altro si scaldavano i motori del partito di Grillo, dieci milioni di persone maturavano (o confermavano) la decisione di votare per il Centrodestra.
Durante la campagna elettorale il risultato di anni di populismo televisivo in stile Paolo Del Debbio si traducevano in folle-ululanti-daje-al-comunista ai comizi di Berlusconi, in piazze piene per gli eventi di Grillo, in raccolte di firme per sostenere la presentazione di decine di liste. Poi la proposta di abolire l’IMU ha orientato molti voti come avvenne con l’ICI. Sarebbe bastato guardare una puntata di Pomeriggio 5 per capire come mai l’ex Premier non ha centrato per poco il colpaccio.
Prendiamo quella del giorno dopo le Elezioni: c’è il servizio odi et amo su Maradona, ci sono la storia del barbone aiutato dal programma e quella delle starlette dei reality oggi in crisi economica, c’è il momento-nostalgia con Mal e c’è soprattutto lo spazio politico, con il voyeurismo sulla casa di Grillo, la Santanché che spopola in studio, i candidati di secondo piano dei partiti del Centrosinistra che ricevono fischi e insulti. Comunicazione politica allo stato puro.
Dopo meno di un anno e mezzo Alitalia è tornata a offrire il mini-snack sui voli nazionali. Non solo in questi mesi la compagnia ha preso schiaffi a iosa da parte di Trenitalia e NTV, ma ha ormai anche perso il monopolio sulla rotta Linate-Fiumicino, che era stata l’unica ancora di salvezza dei bilanci durante i primi anni di vita di CAI. C’è poi stato un altro evento che ha contribuito al suicidio: la fine del programma Millemiglia 2008-2012 e l’avvio di una nuova edizione.
Alitalia ha posto l’accento sulla necessità per legge di dare una scadenza anche al più lungo dei programmi, ma i frequent flyers sanno bene che nel passato si son trovati espedienti per esaurire formalmente un’edizione e lasciare agli utenti più fedeli la possibilità di ritrovare i punti sull’account del nuovo programma. Questa volta si è puntato tutto sul far consumare le miglia accumulate da lustri, di edizione in edizione, per ripartire con un credito zero rispetto ai Clienti.
Bel modo di recidere il cordone che legava i più fedeli alla compagnia di bandiera. Come scriveva Ana Andjelic, non solo è complicato seguire nel tempo i programmi delle compagnie, ma è anche triste ricominciare ogni anno ad accumulare miglia qualificanti. Una tendenza masochistica per cui da un anno all’altro il Cliente può passare tranquillamente dal paradiso della fascia top a essere trattato come un novellino, indipendentemente dalla sua storia nei confronti dell’azienda.
Il nuovo programma Millemiglia è simile al precedente, con fasce più alte per ritirare biglietti premio; i Clienti aspettano sospirando l’adesione al programma Flying Blue di Airfrance KLM, contrassegnato da soglie elevate per l’accesso ai club premium. Nel frattempo non è difficile pensare che, più che l’intrattenimento di bordo, per molti la nuova arma di fidelizzazione saranno i prezzi bassi. E su questo fattore Easyjet e Ryanair son lì a godere dell’harakiri di Alitalia.
Basta scorrere i titoli di questi articoli
per capire che aria tira in questi mesi nei confronti del più grande social network. I testi sono stati scritti da professionisti di settori diversi, si riferiscono a varie iniziative e partono da notizie differenti, eppure sono tendenzialmente accomunati da una certa sfiducia nei confronti di Facebook.
Nonostante l’enorme parco utenti, ormai abbondantemente oltre il miliardo, l’azienda blu viene tratteggiata come incapace di produrre innovazione significativa e creare buona marginalità. Il che, essendo una società quotata al Nasdaq, è fonte di angoscia trimestrale per gli azionisti.
Facebook continua a essere percepita come piattaforma su cui perdere tempo; prima il passatempo preferito degli utilizzatori sembravano i giochi di Zynga, ora pare attraggano di più le funzionalità di comunicazione testuale. Dopo anni e anni sembra che tutto si riduca ancora alla stickiness.
Onestamente è difficile in questo momento pianificare campagne su Facebook per prodotti e servizi “seri”: la maggior parte delle inserzioni è di modesta qualità e di dubbia provenienza. È un peccato, soprattutto per il proliferare di agenzie che affrontano lo strumento con poca professionalità.
Chissà in che direzione andrà il Web nei prossimi anni, chissà che fine farà Facebook. Qualcuno ipotizza che diventerà una sorta di servizio pubblico, ma è evidente che questo passaggio deriverebbe da una sua crisi profonda e da una revisione della governance, quasi una nazionalizzazione.
Dopo la notizia del lancio di Meta, è arrivata rapidamente quella del motore di ricerca dei contenuti illegali pubblicati sul nuovo servizio di Kim Dotcom. La stessa cosa era successa con qualsiasi servizio nato in buona fede o meno per ospitare contenuti multimediali; d’altra parte senza motori di ricerca non esisterebbero download fuori legge.
Il punto è che ormai per intere generazioni, in particolare quelle più giovani, “recuperare” in Rete brani musicali, libri, film e qualsivoglia altro contenuto digitale è la normalità. Certo, ci sono iTunes, Amazon o Google Play che propongono download legittimi; ma esistono davvero persone under-35 che comprano i file, magari protetti da DRM?

Il mercato digitale musicale ufficiale in Italia è tuttora appena del 33% del mercato discografico, pur con crescite annuali a due cifre. Ma si tratta sempre di numeri marginali: un’indagine svolta in Gran Bretagna ad esempio ha stimato che per 1,2 milioni di copie vendute dell’album di Ed Sheeran, 8 milioni sono state “acquisite” illegalmente.
È evidente che ormai si tratta di una partita persa per l’industria discografica; quella cinematografica resiste, anche se l’home video è andato a farsi benedire. Ora è il turno dei libri: senza difficoltà è possibile trovare Pdf dei libri più noti semplicemente cercandoli su Google. Di cosa vivranno nei prossimi anni coloro che campavano di diritti d’autore?