26 Marzo 2007

Vodafone scrive ai suoi clienti

——— Messaggio Originale ——–
Da: Vodafone.it@mls.vodafone.it
Per: Cliente
Oggetto: Vodafone fa chiarezza su SMS Vocale
Data: 26/03/07 18:48

Vodafone
 
Vodafone fa chiarezza sul servizio SMS Vocale:
un comunicato ufficiale per fornire tutte le informazioni.
Gentile Cliente,

in seguito al lancio avvenuto nel mese di marzo del servizio SMS Vocale, nei principali forum dedicati alla telefonia mobile, in alcuni siti web, tra i consumatori ed i Clienti, hanno iniziato a diffondersi informazioni non corrette sulle modalità, l’uso e i costi del servizio, che hanno generato incertezza e confusione.

Vodafone ha il piacere di fornire direttamente ai propri Clienti una corretta informazione in merito al servizio.

SMS Vocale permette di inviare un messaggio vocale quando la persona chiamata ha il cellulare spento o non raggiungibile.

Il Cliente che chiama ascolta il messaggio gratuito di avviso:
“SMS Vocale Vodafone, messaggio gratuito. La persona chiamata non è al momento disponibile. Per inviare un SMS Vocale parli dopo il segnale acustico e poi riagganci.
Info e costi al numero gratuito 42055.”
Il Cliente può scegliere se riagganciare o registrare un messaggio con la propria voce, dopo il segnale acustico.

  • Il messaggio gratuito dura 15 secondi.
  • Dopo il messaggio ci sono un paio di secondi di silenzio
  • Dopo il silenzio c’e’ il segnale acustico, dopo il quale il Cliente puo’ registrare il messaggio.
  • Se il Cliente non parla, o parla meno di 2 secondi, il messaggio non viene inviato e il Cliente non riceve nessun addebito.
  • L’SMS Vocale ha un costo di 29 centesimi per chi lo invia.
  • E’ gratuito per chi lo riceve.
  • Il servizio può essere disattivato chiamando il numero gratuito 42070 oppure dall’Area personale “190 Fai da te”.

Si precisa che, contrariamente a quanto diffuso:

  • il Cliente non ha 1,5 secondi ma ha 15 secondi per riagganciare prima di vedersi addebitare il costo della registrazione dell’SMS Vocale.
  • non paga 10 cent quando ascolta il messaggio dell’SMS Vocale, in quanto è gratuito.
  • non sono cambiati i criteri di tariffazione della segreteria telefonica.

Mentre continua la campagna disinformativa sul servizio, lo stesso è stato temporaneamente sospeso da Vodafone al fine di dissipare ogni dubbio e contestare ogni critica infondata.

Vodafone resta a disposizione dei propri Clienti attraverso i tradizionali strumenti di comunicazione.

Distinti Saluti

Servizio Clienti Vodafone

Questa e-mail è stata inoltrata stasera a tutti i clienti registrati su 190.it, il portale di Vodafone che come è noto è stato quasi del tutto offline per una settimana. Qualcuno dirà che il contenuto ha qualcosa di familiare: effettivamente, è una copia quasi integrale del comunicato stampa dello scorso 21 marzo. Ciò fa emergere un serio dubbio: che senso ha l’inoltro individuale a tutti i clienti, dopo una settimana dalla pubblicazione del comunicato, quando ormai la bufera sembra essersi placata?

L’effetto immediato è che i media si accorgeranno di questo invio e ricominceranno a parlare della storia, ma soprattutto anche i clienti che non sapevano nulla della vicenda, entreranno in stato confusionale: se Vodafone Italia scrive un’e-mail per la prima volta nella sua storia, vuol dire che è successo qualcosa di grosso ed ora cerca di metterci una pezza. Come esempio di crisis management, non è esattamente un caso da manuale così come non era stata una grande idea di marketing lanciare di soppiatto il servizio, che potrebbe anche essere di per sé interessante. Cosa sta succedendo in casa Vodafone?

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    2 Marzo 2007

    Fatta la legge… Vendiamo l’inganno!

    Non si può dire sia stato del tutto trasparente, l’atteggiamento dei quattro gestori mobili italiani rispetto alle indicazioni di Decreto Bersani ed Authority per le Comunicazioni in merito all’impossibilità di continuare ad applicare i cosiddetti “costi di ricarica”. C’era da immaginarsi reazioni inconsulte, ma paradossalmente più evidenti: invece tutti i gestori hanno scelto di temporeggiare in attesa di vedere le decisioni dei concorrenti. Poi quasi tutti da un lato hanno obbedito all’ordine, ma dall’altro hanno re-introdotto brutte abitudini come scatti alla risposta e tariffazione a scatto.

    «Quasi tutti», ma non Wind: finalmente in attivo, la compagnia di matrice egiziana (sob) ha consultato dei prestigiosi studi legali che le hanno consigliato di resistere e mantenere l’attuale assetto dei costi di ricarica. Una sfida alle autorità che, a colpi di giudici, non è difficile immaginare rimarrà impunita: chi spende sopra i 50 Euro a ricarica continuerà a non pagare i tanto odiati costi, chi sceglie i tagli più piccoli invece dovrà contribuire versare l’odiato balzello. Wind, come tutti i gestori, si difende: i costi di ricarica sono nati come “contributo” per i rivenditori (all’inizio furono soprattutto tabacchini ed edicolanti ad imporli) rispetto al traffico telefonico puro e perciò la loro destinazione non è verso la società ma verso questi soggetti terzi, che andranno perciò retribuiti in altro modo.

    Peccato che proprio Wind, ai suoi esordi, fu la prima compagnia che affogò il margine per i rivenditori nel costo complessivo delle ricariche: una buona idea per l’immagine aziendale, a quei tempi spinta da questa trovata e dall’abolizione di scatto alla risposta e tariffazione a scatto. Strategie di pricing stupidine che allora impazzavano presso i concorrenti e proprio in questi giorni, come si diceva, tornano alla carica come risposta alla legge Bersianesca. Tutti i concorrenti corrono a reintrodurlo o a rendere costosi i nuovi piani: Vodafone, ad esempio, coglie l’occasione della sua nuova offerta post-decreto per aumentare il prezzo dello scatto iniziale di oltre il 25%, da 15 a 19 centesimi.

    Totti, Gattuso e gli spazzoliniPeccato per questa scelta malsana, perché la nuova campagna di 1861 United, con le persone in fila per il bagno dietro a Totti e Gattuso (forse entrato per radersi con Gillette Fusion?), è carina e ben realizzata. Ora aspettiamoci le campagne di risposta di Tre e Tim, che sono state meno aggressive nel reagire al decreto e perciò potrebbero ottenere un buon ritorno dal non reagire con rabbia a quella che i loro concorrenti hanno visto come una condanna. Se il leader di mercato e l’ultimo arrivato arrivano a comportarsi in maniera saggia, c’è da domandare perché chi sta in mezzo ai due estremi scelga la strada più difficile: anche se si ha il sindacato dalla propria parte, mai inimicarsi i clienti, soprattutto in occasioni di provvedimenti populistici come questo.

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    18 Febbraio 2007

    Altro che walled gardens…

    Una ventina di anni fa, “essere connessi” in Europa voleva dire attingere alle risorse messe a disposizione dai nodi delle BBS attraverso FidoNet e similari; negli Stati Uniti, invece, la “Rete” era soprattutto quella dei servizi di CompuServe prima e di AOL poi. Il modello era intrinsecamente diverso: accedere alle BBS voleva dire interrogare piattaforme magari con servizi minimi e specializzatissimi, eppure solitamente indipendenti e gratuiti; sottoscrivere un abbonamento ai grandi service provider statunitensi voleva buttarsi a piedi uniti nel loro mondo di informazioni e contenuti selezionati.

    Erano i primi esempi di quelli che negli anni successivi sono stati definiti walled gardens, modello di successo oltreoceano che non ha mai attecchito dalle nostre parti. Pochi anni fa, si stimava che l’85% degli utenti AOL non uscisse mai dal mondo pre-confenzionato dal loro fornitore di connettività e che in generale il 40% del tempo speso dagli statunitensi on line veniva passato nel giardinetto di AOL. Oggi le modalità di utilizzo sono cambiate, ma solo perché nuovi grandi attori sono apparsi sul mercato: in fin dei conti, lo stesso universo dei servizi Google è ormai così onnicomprensivo da farci passare la maggior parte del tempo trascorso on line sui propri server.

    La differenza rispetto al passato è che, appunto, non sono più i fornitori di connettività a fare da partner tuttologo ai propri clienti: devono fare i conti con questi nuovi attori, che sono editori e fornitori di servizi contemporaneamente, per poter offrire pacchetti interessanti ai propri clienti. Il mercato della telefonia mobile è quello più in fermento: non c’è operatore al mondo che non sta cercando di creare il proprio recinto di servizi utili, ma non può non scendere a compromessi con i grandi player del Web per poter offrire nomi e marchi che attirino l’attenzione della propria clientela. L’effetto è che i portalini marchiati a fuoco dagli operatori hanno come maggior benefit i servizi dei siti più famosi e così tutti gli utenti finiscono per odiare i giardinetti della discordia, soprattutto in Europa.

    Gli operatori mobili ne hanno sperimentate di tutti i colori, con tecnologie stupidamente ibride come I-mode o portali rigidissimi come Vodafone Live! e similari, mentre i loro cugini fornitori di connessioni wireline hanno iniziato a proporre strampalati modelli di IpTV chiusi e costosi. Soprattutto i primi, però, sono sulla via di Damasco: in fin dei conti persino vendere 15.000 Euro al mese di traffico con lo sconto del 99,8% e tutte le notti di navigazione gratis rende più della speranza che qualcuno clicchi per sbaglio sul tasto specialissssimo del proprio cellulare. Tanto ci sarà sempre qualcuno che installerà potenti applicazioni su Symbian o semplicemente Opera Mini su Java: a quel punto, tanto vale gettare la spugna.

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    17 Gennaio 2007

    I dolori del giovane iPhone

    Le prime immagini dell'iPhoneUn’attesa spasmodica come quella per l’iPhone difficilmente si era vista in passato: ci sarà anche stata curiosità per Windows Vista (se non altro per l’eterno sviluppo) od interesse per il primo iMac, ma nulla di paragonabile a quella miriade di simulazioni 3D, finte foto rubate, supposizioni filosofiche ed ipotesi tecniche che in questi anni ha dominato il dibattito pubblico. In fin dei conti, al già sovraffollato mondo della telefonia mobile, dell’ingresso di Apple interessava poco: ma per gli Apple-fili di tutto il mondo, l’iPhone doveva essere la sintesi perfetta del passaggio dell’ex Apple Computer verso la sua nuova realtà di produttore di ergonomica elettronica di consumo a tutto tondo.

    Qualcosa, però, stavolta è andato storto nella meravigliosa macchina da guerra del marketing di Mr. Jobs: per quanto l’oggetto in sé sia assolutamente bellissimo, sostenere che abbia avuto un buon lancio sul mercato è un po’ forzato. Si è rapidamente formato il partito di chi non vuole comprarlo ed ovviamente di chi non aspetta altro: in mezzo, coloro che cercano di comprendere le ragioni di questa bizzarra strategia di marketing. Nulla da eccepire sulla rapida ascesa delle azioni dopo l’annuncio di Jobs: ma gli effetti nel medio periodo possono essere di tutt’altro segno.

    L’interfaccia è affascinante ed ovviamente tutti si sono apprestati a copiarla: ma cosa succederà quando i produttori di dispositivi portatili (cellulari o PDA ormai poco importa) ne adotteranno gli aspetti più innovativi nei propri prodotti? L’iPhone infatti sarà sul mercato tra non meno di sei mesi per un ristretto numero di clienti statunitensi e solo tra un paio di anni in Europa ed Asia. Nel frattempo i prodotti dei concorrenti, già sostanzialmente più avanti dell’iPhone su molti fronti, saranno forse più attraenti per la maggior parte degli utenti, soprattutto di quelli con maggior potere di spesa.

    A questi ultimi, business o meno, del nome non troppo originale o dei pochi megapixel della fotocamera importerà poco: ma all’assenza di un supporto alle reti 3G ed all’impossibilità di installare applicazioni presteranno molta più attenzione. Soprattutto quest’ultimo punto sembra il punto debole dell’iPhone: nemmeno le scarsamente illuminate TelCo europee avevano immaginato dei terminali così blindati. Jobs ha dato spiegazioni pseudo-tecniche: eppure, è chiaro che l’obiettivo è di creare eleganti gingilli ad uso e consumo delle compagnie telefoniche e degli altri venditori di contenuti multimediali (applicazioni comprese).

    Non ci vuole una sfera di cristallo per immaginare che la prima versione dell’iPhone venderà un numero notevole di esemplari agli Apple-fili per poi fare il boom con le evoluzioni successive: è successo con l’iPod e succederà con tutti i prodotti della Apple. Più che un erede degli sfortunati Mactorola, l’iPhone è il più nuovo discendente della stirpe Newton, ma non di certo l’ultimo. La nuova Apple che sta nascendo imparerà dai suoi errori e la prossima volta azzeccherà forse un po’ di più i tempi del lancio dei propri prodotti: il buon Jobs, nei prossimi anni, ci stupirà ancora molte volte e noi, come sempre, lo premieremo.

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    12 Settembre 2006

    Le scelte strategiche di Telecom Italia ed il bene del Mercato

    In questo periodo l’affaire Telecom Italia è all’ordine del giorno di qualsiasi discussione privata, pubblica ed istituzionale. Chiunque è (o quantomeno si sente) legittimato ad esprimere un parere: il Gruppo non solo è leader di mercato nel wireline, nella telefonia mobile e nella connettività, ma è anche una delle società più importanti del capitalismo nostrano. Un Gruppo che interessa milioni di stakeholders, siano essi azionisti, clienti o dipendenti (o magari sono tutto ciò contemporaneamente). Un Gruppo che a quanto pare vuole diventare una minuscola media company in un mondo internazionale di giganti che comprano prede preziose.

    Passi per la discussione sui massimi sistemi e sulle pur legittime riflessioni sugli impatti macroeconomici delle scelte: ciò che è sempre importante tenere in mente, però, è che si sta parlando di un’azienda privata e delle scelte strategiche dei suoi manager. Per quanto discutibili, le possibili exit strategy dal campo della telefonia cellulare e dal controllo dell’infrastruttura di rete nazionale, rappresentano le risposte a problemi finanziari notevoli, ma anche ad un quadro competitivo in continua evoluzione. Qualche tempo fa tutti guardavano alla telefonia cellulare come unico business del futuro: oggi, i primi risultati concreti di un’economia basata sulla Rete, fanno osservare con nuova attenzione le reti fisse.

    Rottamare una gallina dalle uova d’oro come Tim è una scelta coraggiosa ed è prematuro dire se sbagliato o corretto: forse è ancora presto per il successo di massa delle offerte convergenti che la stessa Telecom Italia sta lanciando, ma è un’incognita immaginare quale sarà il modello dominante per l’utilizzo dei sistemi di telecomunicazione da parte degli Europei nel giro di qualche anno. In un mondo che tende al wireless, certo, suona bizzarro immaginare un’improvvisa riconversione al fisso: è pur vero, però, che il potenziale di cavi e fibre ottiche, trascinante negli altri continenti, nel nostro è pressoché sconosciuto. Situazione che, in Italia, dipende soprattutto dal ruolo dominante di Telecom Italia, che è comunque l’unica azienda che può permettersi investimenti importanti nel settore.

    Dispiace quasi sentimentalmente, in ogni caso, per la probabile scomparsa dell’ultimo operatore mobile italiano, dopo la cessione degli altri gioielli avvenuta negli ultimi anni. Sembra molto più interessante, almeno per il Mercato (se non per Telecom Italia), la nazionalizzazione della rete fissa, al pari di quanto avvenuto con le reti che trasportano gas ed elettricità: è bello immaginare, almeno per un istante, una public company, partecipata dallo Stato, che concentri le attività di Terna, GRTN, Snam Rete Gas e rete telefonica, in modo da riuscire a creare economie di scala e di scopo, ma che soprattutto riesca ad offrire pari opportunità a tutti gli attori di mercato. A quel punto, nazionali od internazionali essi siano, poco importa: a giovarne sarà il cittadino e Telecom Italia potrà dilettarsi a vendere contenuti in un Paese in cui tutti i concorrenti vendono sempre le stesse cose.

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