Vita in Rete

Storie e storielle della Rete europea

30 novembre 2011

Per fare innovazione non servono Ministeri

In queste ore ci si strappa i capelli su più fronti a causa della mancata creazione di un Ministero o almeno di un Sottosegretariato “per Internet” o “per l’Agenda digitale”, qualunque cosa ciò voglia dire. Alcuni commentatori sostengono che le scelte dei nuovi referenti ministeriali negli ambiti Editoria e Comunicazioni siano infelici sia in termini di professionalità che soprattutto di possibile attenzione verso “il mondo di Internet”.

Ma cosa vuol dire davvero “il mondo di Internet”? Su cosa si vuole un presidio così forte da richiedere un membro dedicato del Governo, in pianta stabile, su base esclusiva? Nessuno sa rispondere: qualcuno tira fuori la banda larga e gli investimenti infrastrutturali necessari, qualcun altro richiede maggiore attenzione verso quelle che un tempo si chiamavano dot-com, molti richiamano l’attenzione sulle evoluzioni del copyright.

Sono tutte tematiche interconnesse, ma si fa fatica a capire perché dovrebbero essere raggrumate in unico ufficio. Una cosa sono gli investimenti sulla fibra ottica, che possono (o forse devono) essere presidiati dal plenipotenziario Passera; un’altra garantire un approccio maturo al tema dei diritti; altro tema è l’incentivazione delle startup. È a dir poco impossibile che un unico Ministero assommi competenze tanto diverse.

Già da qualche Legislatura si sono visti nascere (e morire male) dei Ministeri per l’Innovazione, con quasi nessuna forza decisionale e soprattutto alcun potere di cambiare davvero le cose. È vero che chi fa innovazione in Italia è maltrattato o quantomeno non incentivato, ma non è necessario dedicare tempo/fondi di burocrati per risolvere il problema. È un problema di sviluppo economico (e non solo nel senso del Ministero).

La verità è che l’utilizzo di Internet in primis e più in generale un approccio innovativo a produzione, servizi e commercio sono elementi abilitanti, da diffondere in ognuna delle attività del nuovo Governo. Che stia parlando il Ministro della Salute o si stia leggendo una dichiarazione del Ministro del Turismo, la sensazione di padronanza di queste tematiche deve essere naturale, non mediata da ulteriori strutture burocratiche.

Questo Governo avrà per sua natura vita breve, che arrivi o meno alla fine della Legislatura. Ha però tempo sufficiente per insufflare nella nostra vita quotidiana, sia personale che professionale, uno spirito di innovazione. Non è l’età dei Ministri o il loro curriculum a poter dare questa sferzata di vitalità all’economia italiana; è la loro volontà di svegliare lo Staff dei loro Ministeri, poi piano piano l’innovazione arriverà al mercato.

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31 ottobre 2011

Le nuove facce del digital divide

Qualche anno fa si parlava spesso di digital divide nelle zone più povere del mondo: i PC tardavano ad arrivare e in alcuni casi anche le telecomunicazioni erano difficili, se non impossibili. La rapida diffusione dei cellulari ha fatto letteralmente balzare in avanti intere economie locali: in molti casi sono stati “saltati” interi passaggi di digitalizzazione e il mobile è stata l’arma vincente.

L’attenzione sul digital divide si è così nel tempo spostata nuovamente sul mondo Occidentale, ove la crisi ormai costante sta facendo lievitare il coefficiente di Gini nei redditi di diversi Paesi. Qui ormai i cellulari da soli non bastano a muovere l’economia: sono smartphone e tablet probabilmente i tools più utili per poter contribuire a sostenere lo sviluppo economico. O a seguirlo.

In effetti non è chiarissimo il meccanismo: questi devices stanno contribuendo a sostenere i (pochi) settori economici ancora vivi o semplicemente la loro adozione è una conseguenza del livello di benessere necessario per comprarli? Al di là della moda imperante, quanti di coloro che hanno i mezzi per prenderli e mantenerli poi li utilizzano davvero sfruttandone l’enorme potenziale?

Una ricerca di Common Sense Media pubblicata negli scorsi giorni mostra come la correlazione tra benessere economico e adozione di media innovativi si ripercuota in ambito familiare: i bambini occidentali sono sempre più propensi all’utilizzo di smartphone e tablet rispetto ai media tradizionali, ma con tutta evidenza solo quelli più benestanti possono utilizzarli con continuità.

Questa prospettiva del digital divide è piuttosto inquietante: nel momento in cui la differenza tra ceti si evidenzia in così tenera età, sembra di tornare ai tempi in cui la differenza tra figli di analfabeti e scolari delle scuole private sembrava (e probabilmente era) incolmabile. La scuola pubblica aveva aiutato l’Occidente a superare questo iato, ma cosa potrà intervenire ora?

Sembra che in India si punterà proprio su tablet low cost, chiamato Aakash, per evitare di cadere in questa brutta frattura tra bimbi ricchi e poveri, in modo che il digital divide non nasca nemmeno o quantomeno non sia legato alla dotazione hardware. Ci sono molti altri elementi utili per eguagliare i destini economici di famiglie diverse, ma questo è un modo decisamente moderno.

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22 maggio 2011

Current, LinkedIn e la necessità di un business model autonomo

La vicenda della possibile chiusura di Current Italia ha travolto le cronache degli ultimi giorni: lo staff di Al Gore prima è riuscito a innescare il malcontento virale dei blogger, poi ha mandato l'ex Vicepresidente degli Stati Uniti ospite di Annozero, riuscendo a far arrivare la vicenda sui media mainstream, preoccupati per un'eventuale voglia di censura da parte di Sky.

Tutto si è ingarbugliato quando i Manager della piattaforma satellitare hanno tirato fuori gli aspetti economici del rinnovo dell'accordo e i dati di ascolto del canale. I meno avvezzi alle dinamiche della televisione italiana sono rimasti colpiti dai numeri degli ascolti (qualche migliaio di spettatori al giorno) e dai numeri delle richieste di Current (qualche milione di Euro).

Nelle stesse ore, negli Stati Uniti l'attenzione era tutta nei confronti di LinkedIn, fino a poco tempo fa social network un po' elitario, oggi azienda da un migliaio di dipendenti che, con una quotazione miliardaria, sembra aver riaperto la gara delle IPO che speravamo di non veder più dai tempi dell'esplosione della bolla delle dot-com, ormai una decina di anni fa.

Due vicende lontane nello spazio, ma accomunate da un problema simile: nessuna delle due iniziative ha un business model sostenibile nel lungo periodo. I programmi pur originali di Current e i servizi ai professionisti di LinkedIn sono sicuramente nicchie dalle grandi potenzialità, ma che ancora basano troppo la propria fortuna sulla speranza di ricavi pubblicitari.

In nessuna delle sue edizioni mondiali Current starebbe in piedi senza i ricavi della pubblicità e i contributi delle piattaforme ospitanti, che in alcuni casi poggiano sugli abbonamenti, o indirettamente sulla pubblicità. LinkedIn prova a vendere qualche account premium, ma di fatto il suo futuro sembra più legato al divenire una piattaforma per le inserzioni dei recruiter.

Sono sicuramente aziende che almeno hanno un fatto un passo avanti rispetto alle loro concorrenti, che di pubblicità vivono al 100%, ma sono troppo in balia delle onde, siano esse quelle del Nasdaq o quelle della News Corporation, per essere davvero autonome. Meritano di avere successo e seguito, ma devono ancora lavorare tanto per ottenere l'autonomia necessaria.

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16 gennaio 2011

Tempo di tech detox?

L'immagine di Scott Pollock che accompagna l'articolo di Elizabeth Bernstein

The Wall Street Journal ha pubblicato negli scorsi giorni un articolo di Elizabeth Bernstein particolarmente stimolante: l’eccessiva dipendenza dai device multimediali in ogni momento della giornata è un argomento che tocca da vicino tutti noi, per motivi di lavoro o per piacere. C’è un limite accettabile e un tipo di comportamento inaccettabile; l’autrice propone un decalogo per scoprire se abbiamo scavalcato il primo per adottare il secondo.

«10 Signs Your Devices Are Hurting Your Relationships:

  1. You can’t get through a meal without emailing, texting or talking on the phone.
  2. You look at more than one screen at a time, checking email while watching television, for example.
  3. You regularly email or text, other than for something urgent, while your partner or another family member is with you.
  4. You sleep with your phone near you, and you check your email or texts while in bed.
  5. You log onto your computer while in bed.
  6. You have had an argument with a loved one about your use of technology.
  7. You text or email while driving.
  8. You no longer go outside for fun.
  9. You never turn off your phone.
  10. When you spend time with your family—a meal, a drive, hanging out—each person is looking at a different screen.»

Alzi la mano chi non ha totalizzato 1-2-5 o magari tutti e 10 i punti. Con gradi diversi, ci siamo tutti in mezzo: abbiamo passato decenni a sfottere le casalinghe di Voghera e i loro televisori sempre accessi (durante il giorno) e siamo finiti con schermi piccoli/medi/giganti sempre accesi (sempre davvero stavolta). Gli smartphone sono stati la tecnologia più abilitante rispetto alle nostre comunicazioni quotidiane, ma anche lo strumento più invasivo.

Spegniamo il notebook e leggiamo un libro. Ma il libro ora è sul reader, quindi ecco acceso un nuovo device. Ascoltiamo un po’ di musica di sottofondo ma poi visto che lo facciamo via PC perché non fare una scappatina sul Web per leggere l’e-mail? Questa sciarada tecnologica può andare avanti all’infinito, perché tanto non c’è occasione sociale, anche solo a livello familiare, in cui non c’è almeno uno schermo acceso, una suoneria che trilla.

La Bernstein propone un detox tecnologico progressivo, partendo magari con poche ore al giorno. Il problema è che, conoscendoci, possiamo pure evitare di accendere il notebook/il tablet/lo smartphone/il televisore per qualche ora, ma tanto poi facciamo il riperduto appena torniamo, tutti felici, in mezzo al flusso. Il fornitore di energia elettrica esulta, i nostri amici online pure. Magari vogliono dirci di aver tentato anche loro un detox tecnologico.

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18 agosto 2010

Una settimana senza Web

Stufi di andare all’Estero e venire martoriati da tariffe senza senso? Può essere una scusa per staccare da Internet per un po’. La sensazione, soprattutto per gli heavy users della Rete, è quantomeno straniante: niente social network, niente video, niente giornali e così via. Il che, confrontato con la routine “quotidiana” di molti di noi, fa riflettere sul costante grado di interconnessione, solo per un attimo interrotta.

Andando in giro per una settimana con iPad e smartphone (ma senza BlackBerry, perché le notifiche delle e-mail, specie di lavoro, sarebbero un richiamo continuo alla vita di tutti i giorni), c’è tempo per rilassarsi, godere accompagnatori e luoghi da visitare, rimanere sereni senza pensare alla politica italiana, alle quotazioni dei titoli o ai check-in di chi ci tiene a farci sapere di essere alla fermata del tram.

Al massimo, il relax della vacanza (specie di quella all’Estero) regala un po’ di tempo spurio per leggere qualche articolo di approfondimento sulla tavoletta “wireless ma non troppo”, delegando a qualche hot spot gratuito Wi-fi un check saltuario della posta elettronica personale. La quale, privata delle notifiche dei social network, torna ad essere leggera e utile come pochi altri strumenti sulla Rete.

Rimane il problema della posta elettronica di lavoro, ma anche in quel caso un rapido check giornaliero, almeno nei periodi di “magra” come può essere agosto, è sufficiente; per il resto, ci si rende conto che le comunicazioni veramente urgenti arrivano via SMS. Se si riescono a evitare anche le telefonate, il mobile rimane un bel mattoncino per navigare le mappe ed evitare di perdersi in giro per il mondo.

L’esperienza merita di essere ripetuta più spesso. La cosa più divertente è poi tornare in Rete a curiosare sui social network e trovarli invasi di discussioni sulla presunta morte del Web. Dopo una settimana di astinenza, ci si rende conto di quanto il Web sia fondamentale e in tal senso si è felici di dar torto alle cassandre: a meno di non essere sempre in vacanza, è indispensabile. O quantomeno utile.

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18 luglio 2010

Blog a servizio ridotto

Questo post serve soprattutto a tranquillizzare i lettori di .commEurope: al momento niente drammi estivi come lo scorso anno, ma solo un rallentamento che segue la tendenza estiva di questo blog. La scelta per luglio e agosto 2010 è infatti di diluire l’impegno rispetto al post settimanale tipico di questo blog, ma continuare a scriverci su.

Per molti di noi, si spera per tutti gli amici di .commEurope, questi sono week-end di relax in giro per l’Italia, preludi di periodi di vacanza finalmente imminenti. Capita comunque di lavorare un po’ o di leggere online per mantenersi aggiornati, anche perché altrimenti non ci sarebbe molto di cui parlare quando la voglia di scrivere prevale sulla pigrizia e sull’ozio estivi.

Chissà se tutto ciò vale anche per i corporate blogger. Magari avrebbero voglia ogni tanto di allentare il ritmo, di smettere di scrivere post “attraenti” rispetto alla realtà sonnolenti delle proprie società. Perché un conto è riuscire a perfezionare uno stile di scrittura coerente con l’immagine aziendale, un altro far appassionare i lettori.

Viene quasi da immaginarli, questi corporate blogger annoia(n)ti, che vanno dai referenti aziendali e li convincono che i blog sono morti, che invece di mantenerli a servizio ridotto, tanto vale chiuderli e passare ad una meno impegnativa gestione di un profilo di Facebook. Tanto questo mondo virtuale è così fugace che si può agevolmente dimostrare di tutto.

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13 giugno 2010

Mondiali di calcio e dicotomie quadriennali

Se c’è una cosa che infastidisce chi non è interessato allo sport, quanto e addirittura più dello sport stesso, è l’ossessione collettiva che gli eventi sportivi più noti fanno partire un anno sì e uno no: le Olimpiadi estive o invernali, ma soprattutto, gli Europei o i Mondiali di calcio, sono l’esempio perfetto.

Nel nostro continente i markettari attendono con ansia questi anni, solitamente pari, per ridisegnare un numero imbarazzante di campagne promozionali che ricordino, in modo diretto (diritti permettendo) o indiretto (un pallone o una bandiera nazionale non si negano a nessuno) l’Evento.

L’effetto sui non-sportofili, si diceva, è potente quanto e forse più di quello sugli appassionati: magari l’appello al tifo funziona con la Mapei di turno, ma diventa deleterio quando si cerca di puntare sui target che, ai festeggiamenti a notte fonda, preferirebbero passatempi magari meno popolari, ma molto più rilassanti in tempi di calura eccessiva.

In Italia come in Francia o in Germania, in queste settimane di Mondiali 2010, si creerà la consueta dicotomia quadriennale tra chi gode col frastuono delle trombette da stadio e chi aspetterà strenuamente che dal Sudafrica smettano le telecronache, che sui giornali si parli d’altro, che non spuntino più palloni su tutti i manifesti.

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3 gennaio 2010

Il 2010 sarà l’anno del Mobile Internet

Un giorno qualsiasi del 2003, in un’aula della Scuola di Amministrazione Aziendale di Torino: un gruppetto di middle manager dell’ex Omnitel, da poco Vodafone Italia, presenta agli studenti del Master in Business Administration le strategie dell’Azienda all’alba dell’UMTS e poco tempo dopo il lancio di Vodafone Live! e degli MMS, servizi adeguati ai terminali a colori da pochissimo presenti sul mercato.

Ad un certo punto, un allievo dell’MBA alza la manina e chiede come mai Vodafone Italia non abbia ancora lanciato tariffe flat per navigazione GPRS, nemmeno per la clientela aziendale. I manager rispondo indispettiti, rispondendo che la navigazione col cellulare non trova interesse sul mercato. Chi muore dalla voglia, può ricorrere agli interessantissimi servizi di Vodafone Live! via Wap.

Passano pochi anni ed Internet Mobile diventa un fulcro dell’offerta di Vodafone in tutta Europa. Tutti gli operatori concorrenti, d’altra parte, hanno da tempo lanciato le ormai diffusissime chiavette USB per sostituire gli ingombranti modem PCMCIA e la rete si è evoluta offrendo prima l’UMTS, poi l’HSDPA/HSUPA. I cellulari evoluti, sempre più simili a PDA evoluti, hanno fatto il resto.

La domanda c’è, eccome. Sebbene la copertura in alcune zone d’Italia sia instabile o addirittura assente, molti di noi hanno capito i vantaggi della navigazione in movimento. Si accennava in merito parlando di trend 2009: durante le feste, molti di noi avranno notato un aumento drastico degli auguri via social network. Dall’altro lato, milioni di persone hanno continuato a far crollare la rete TIM come tradizione.

Quest’anno ci sarà la svolta. Se proprio bisogna individuare un macrotrend per il 2010, sarà sicuramente l’esplosione del Mobile Internet, anche tra gli “insospettabili” utenti del mass market. I dati di Gartner confermano un’ampia crescita della diffusione degli smartphone, ma più che un’evoluzione hardware sarà soprattutto uno shift culturale (prezzi della connettività permettendo).

In maniera abbastanza incredibile, Morgan Stanley ha rilasciato materiale prezioso in maniera pubblica, utile per immaginare l’evoluzione del mercato e confermare sostanzialmente questa evoluzione del mercato anche a livello internazionale. Teniamocelo da parte, perché potrà esserci utile per comprendere uno dei pochi sviluppi positivi che ci riserva questo difficile 2010.

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20 dicembre 2009

I Blogger alle prese col Paese reale

Gaspar Torriero passa qualche settimana lontano da Internet e (ri)scopre un mondo diverso da quello quotidiano. Un mondo fatto di esseri umani lontani anni luce dalle dinamiche di Rete, dai suoi miti e dalle discussioni che si rincorrono nei forum tematici o negli spazi aperti offerti dai social network. Qualche mese fa Sir Squonk aveva fatto altrettanto, regalandoci un quadretto ben fatto della realtà vista in giro per le spiagge italiane.

L’immagine restituita oggi da Gaspar ha segno maggiormente negativo, perché rilevata in un contesto economico più difficile, in termini di tempo e di luogo. E soprattutto è ulteriormente distante da quella realtà che immaginiamo quotidianamente nei nostri post in Rete e che solo eventi traumatici come quello della scorsa settimana possono farci riscoprire. Eventi che peraltro passano sui nostri schermi come materiale di discussione. E basta.

Discutiamo, magari animatamente, di tecnologia e marketing, di hobby e politica internazionale. Ci piace comunicare in Rete, sentirci la parte culturalmente viva di un Paese morto, ma in fin dei conti siamo semplicemente estranei rispetto alla cultura dominante. Esultiamo per la bocciatura del Lodo Alfano, mentre il resto del Paese non ha la minima idea di cosa sia, in cosa differisca da un Lodo Mondadori o da un Lodo Schifani.

D’altra parte, siamo avidi consumatori di news, rispetto a quello che chiamiamo con fare schifato “Paese reale” e che immaginiamo eternamente schiavo del TG nazional-popolare di turno. Ce la tiriamo, sicuri di noi e dei nostri strumenti di comunicazione, dedicando loro cure ed attenzioni. Il Paese reale va a votare e noi ci meravigliamo dei risultati elettorali. Che stolti loro, nelle loro cabine elettorali. E noi, nelle nostre torri d’avorio.

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6 dicembre 2009

Premio Nobel per la Pace ad Internet? Forse è ancora presto

Barack Obama non meritava il Nobel per la Pace. Gli vogliamo bene, abbiamo fiducia in lui e speriamo che un giorno possa maturare davvero il diritto di ricevere un premio talmente importante, ma al momento non ha fatto nulla per ottenere il riconoscimento, anzi (cfr. i migliaia di soldati statunitensi sparsi in giro per il mondo in aumento). I soldi del suo premio finiscono in beneficienza, ma la cicatrice sul Premio rimane: si è aperto un dibattito più o meno strisciante sulle altre persone e le altre istituzioni che avrebbero meritato il Nobel più di Obama.

La presa di posizione più forte, sebbene volutamente non in contrapposizione con l’attribuzione al Presidente degli Stati Uniti, è quella del Comitato che propone di assegnare ad Internet il prossimo Nobel per la Pace. L’iniziativa è partita dall’Italia, in particolare dalla redazione di Wired, per poi riuscire a coinvolgere importanti esponenti dell’élite culturale internazionale. Personaggi come Umberto Veronesi, Giorgio Armani e Nicholas Negroponte hanno speso la propria immagine per appoggiare a livello internazionale la causa della rivista Condè Nast.

Onore a Riccardo Luna per essere riuscito a portare così in alto un suo sogno. Sicuramente è affascinante l’idea di inseguire un proprio ideale e portarlo avanti in maniera coinvolgente per tutti; sicuramente bisogna ammettere che per l’edizione italiana di Wired è stato un bel colpo di immagine patrocinare l’iniziativa. Con meno sicurezza, invece, si può affermare che l’idea stessa sia “giusta”, che vada perseguita e condivisa da tutto il “popolo” che vive abitualmente su Internet, arricchendo le pagine del Web di passione e contenuti di valore.

Le reazioni sono state diverse, alcune totalmente negative, altre più possibiliste, come racconta Gabriella Longo. La verità è che difficilmente si può prendere una posizione netta su questa ipotesi che, a seconda dei punti di vista, potrebbe esaltare la centralità di Internet nelle dinamiche sociali più importanti, ma anche metterla eccessivamente in mostra in un periodo in cui i censori internazionali già la aggrediscono in maniera crescente. Forse è solo troppo presto, forse la Rete è ancora un germoglio che deve crescere in serenità.

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