Vita in Rete
Storie e storielle della Rete europea

Storie e storielle della Rete europea
Stufi di andare all’Estero e venire martoriati da tariffe senza senso? Può essere una scusa per staccare da Internet per un po’. La sensazione, soprattutto per gli heavy users della Rete, è quantomeno straniante: niente social network, niente video, niente giornali e così via. Il che, confrontato con la routine “quotidiana” di molti di noi, fa riflettere sul costante grado di interconnessione, solo per un attimo interrotta.
Andando in giro per una settimana con iPad e smartphone (ma senza BlackBerry, perché le notifiche delle e-mail, specie di lavoro, sarebbero un richiamo continuo alla vita di tutti i giorni), c’è tempo per rilassarsi, godere accompagnatori e luoghi da visitare, rimanere sereni senza pensare alla politica italiana, alle quotazioni dei titoli o ai check-in di chi ci tiene a farci sapere di essere alla fermata del tram.
Al massimo, il relax della vacanza (specie di quella all’Estero) regala un po’ di tempo spurio per leggere qualche articolo di approfondimento sulla tavoletta “wireless ma non troppo”, delegando a qualche hot spot gratuito Wi-fi un check saltuario della posta elettronica personale. La quale, privata delle notifiche dei social network, torna ad essere leggera e utile come pochi altri strumenti sulla Rete.
Rimane il problema della posta elettronica di lavoro, ma anche in quel caso un rapido check giornaliero, almeno nei periodi di “magra” come può essere agosto, è sufficiente; per il resto, ci si rende conto che le comunicazioni veramente urgenti arrivano via SMS. Se si riescono a evitare anche le telefonate, il mobile rimane un bel mattoncino per navigare le mappe ed evitare di perdersi in giro per il mondo.
L’esperienza merita di essere ripetuta più spesso. La cosa più divertente è poi tornare in Rete a curiosare sui social network e trovarli invasi di discussioni sulla presunta morte del Web. Dopo una settimana di astinenza, ci si rende conto di quanto il Web sia fondamentale e in tal senso si è felici di dar torto alle cassandre: a meno di non essere sempre in vacanza, è indispensabile. O quantomeno utile.
Filed under Vita in Rete by Giuseppe Mazza
Questo post serve soprattutto a tranquillizzare i lettori di .commEurope: al momento niente drammi estivi come lo scorso anno, ma solo un rallentamento che segue la tendenza estiva di questo blog. La scelta per luglio e agosto 2010 è infatti di diluire l’impegno rispetto al post settimanale tipico di questo blog, ma continuare a scriverci su.
Per molti di noi, si spera per tutti gli amici di .commEurope, questi sono week-end di relax in giro per l’Italia, preludi di periodi di vacanza finalmente imminenti. Capita comunque di lavorare un po’ o di leggere online per mantenersi aggiornati, anche perché altrimenti non ci sarebbe molto di cui parlare quando la voglia di scrivere prevale sulla pigrizia e sull’ozio estivi.
Chissà se tutto ciò vale anche per i corporate blogger. Magari avrebbero voglia ogni tanto di allentare il ritmo, di smettere di scrivere post “attraenti” rispetto alla realtà sonnolenti delle proprie società. Perché un conto è riuscire a perfezionare uno stile di scrittura coerente con l’immagine aziendale, un altro far appassionare i lettori.
Viene quasi da immaginarli, questi corporate blogger annoia(n)ti, che vanno dai referenti aziendali e li convincono che i blog sono morti, che invece di mantenerli a servizio ridotto, tanto vale chiuderli e passare ad una meno impegnativa gestione di un profilo di Facebook. Tanto questo mondo virtuale è così fugace che si può agevolmente dimostrare di tutto.
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Se c’è una cosa che infastidisce chi non è interessato allo sport, quanto e addirittura più dello sport stesso, è l’ossessione collettiva che gli eventi sportivi più noti fanno partire un anno sì e uno no: le Olimpiadi estive o invernali, ma soprattutto, gli Europei o i Mondiali di calcio, sono l’esempio perfetto.
Nel nostro continente i markettari attendono con ansia questi anni, solitamente pari, per ridisegnare un numero imbarazzante di campagne promozionali che ricordino, in modo diretto (diritti permettendo) o indiretto (un pallone o una bandiera nazionale non si negano a nessuno) l’Evento.
L’effetto sui non-sportofili, si diceva, è potente quanto e forse più di quello sugli appassionati: magari l’appello al tifo funziona con la Mapei di turno, ma diventa deleterio quando si cerca di puntare sui target che, ai festeggiamenti a notte fonda, preferirebbero passatempi magari meno popolari, ma molto più rilassanti in tempi di calura eccessiva.
In Italia come in Francia o in Germania, in queste settimane di Mondiali 2010, si creerà la consueta dicotomia quadriennale tra chi gode col frastuono delle trombette da stadio e chi aspetterà strenuamente che dal Sudafrica smettano le telecronache, che sui giornali si parli d’altro, che non spuntino più palloni su tutti i manifesti.
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Un giorno qualsiasi del 2003, in un’aula della Scuola di Amministrazione Aziendale di Torino: un gruppetto di middle manager dell’ex Omnitel, da poco Vodafone Italia, presenta agli studenti del Master in Business Administration le strategie dell’Azienda all’alba dell’UMTS e poco tempo dopo il lancio di Vodafone Live! e degli MMS, servizi adeguati ai terminali a colori da pochissimo presenti sul mercato.
Ad un certo punto, un allievo dell’MBA alza la manina e chiede come mai Vodafone Italia non abbia ancora lanciato tariffe flat per navigazione GPRS, nemmeno per la clientela aziendale. I manager rispondo indispettiti, rispondendo che la navigazione col cellulare non trova interesse sul mercato. Chi muore dalla voglia, può ricorrere agli interessantissimi servizi di Vodafone Live! via Wap.
Passano pochi anni ed Internet Mobile diventa un fulcro dell’offerta di Vodafone in tutta Europa. Tutti gli operatori concorrenti, d’altra parte, hanno da tempo lanciato le ormai diffusissime chiavette USB per sostituire gli ingombranti modem PCMCIA e la rete si è evoluta offrendo prima l’UMTS, poi l’HSDPA/HSUPA. I cellulari evoluti, sempre più simili a PDA evoluti, hanno fatto il resto.
La domanda c’è, eccome. Sebbene la copertura in alcune zone d’Italia sia instabile o addirittura assente, molti di noi hanno capito i vantaggi della navigazione in movimento. Si accennava in merito parlando di trend 2009: durante le feste, molti di noi avranno notato un aumento drastico degli auguri via social network. Dall’altro lato, milioni di persone hanno continuato a far crollare la rete TIM come tradizione.
Quest’anno ci sarà la svolta. Se proprio bisogna individuare un macrotrend per il 2010, sarà sicuramente l’esplosione del Mobile Internet, anche tra gli “insospettabili” utenti del mass market. I dati di Gartner confermano un’ampia crescita della diffusione degli smartphone, ma più che un’evoluzione hardware sarà soprattutto uno shift culturale (prezzi della connettività permettendo).
In maniera abbastanza incredibile, Morgan Stanley ha rilasciato materiale prezioso in maniera pubblica, utile per immaginare l’evoluzione del mercato e confermare sostanzialmente questa evoluzione del mercato anche a livello internazionale. Teniamocelo da parte, perché potrà esserci utile per comprendere uno dei pochi sviluppi positivi che ci riserva questo difficile 2010.
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Gaspar Torriero passa qualche settimana lontano da Internet e (ri)scopre un mondo diverso da quello quotidiano. Un mondo fatto di esseri umani lontani anni luce dalle dinamiche di Rete, dai suoi miti e dalle discussioni che si rincorrono nei forum tematici o negli spazi aperti offerti dai social network. Qualche mese fa Sir Squonk aveva fatto altrettanto, regalandoci un quadretto ben fatto della realtà vista in giro per le spiagge italiane.
L’immagine restituita oggi da Gaspar ha segno maggiormente negativo, perché rilevata in un contesto economico più difficile, in termini di tempo e di luogo. E soprattutto è ulteriormente distante da quella realtà che immaginiamo quotidianamente nei nostri post in Rete e che solo eventi traumatici come quello della scorsa settimana possono farci riscoprire. Eventi che peraltro passano sui nostri schermi come materiale di discussione. E basta.
Discutiamo, magari animatamente, di tecnologia e marketing, di hobby e politica internazionale. Ci piace comunicare in Rete, sentirci la parte culturalmente viva di un Paese morto, ma in fin dei conti siamo semplicemente estranei rispetto alla cultura dominante. Esultiamo per la bocciatura del Lodo Alfano, mentre il resto del Paese non ha la minima idea di cosa sia, in cosa differisca da un Lodo Mondadori o da un Lodo Schifani.
D’altra parte, siamo avidi consumatori di news, rispetto a quello che chiamiamo con fare schifato “Paese reale” e che immaginiamo eternamente schiavo del TG nazional-popolare di turno. Ce la tiriamo, sicuri di noi e dei nostri strumenti di comunicazione, dedicando loro cure ed attenzioni. Il Paese reale va a votare e noi ci meravigliamo dei risultati elettorali. Che stolti loro, nelle loro cabine elettorali. E noi, nelle nostre torri d’avorio.
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Barack Obama non meritava il Nobel per la Pace. Gli vogliamo bene, abbiamo fiducia in lui e speriamo che un giorno possa maturare davvero il diritto di ricevere un premio talmente importante, ma al momento non ha fatto nulla per ottenere il riconoscimento, anzi (cfr. i migliaia di soldati statunitensi sparsi in giro per il mondo in aumento). I soldi del suo premio finiscono in beneficienza, ma la cicatrice sul Premio rimane: si è aperto un dibattito più o meno strisciante sulle altre persone e le altre istituzioni che avrebbero meritato il Nobel più di Obama.
La presa di posizione più forte, sebbene volutamente non in contrapposizione con l’attribuzione al Presidente degli Stati Uniti, è quella del Comitato che propone di assegnare ad Internet il prossimo Nobel per la Pace. L’iniziativa è partita dall’Italia, in particolare dalla redazione di Wired, per poi riuscire a coinvolgere importanti esponenti dell’élite culturale internazionale. Personaggi come Umberto Veronesi, Giorgio Armani e Nicholas Negroponte hanno speso la propria immagine per appoggiare a livello internazionale la causa della rivista Condè Nast.
Onore a Riccardo Luna per essere riuscito a portare così in alto un suo sogno. Sicuramente è affascinante l’idea di inseguire un proprio ideale e portarlo avanti in maniera coinvolgente per tutti; sicuramente bisogna ammettere che per l’edizione italiana di Wired è stato un bel colpo di immagine patrocinare l’iniziativa. Con meno sicurezza, invece, si può affermare che l’idea stessa sia “giusta”, che vada perseguita e condivisa da tutto il “popolo” che vive abitualmente su Internet, arricchendo le pagine del Web di passione e contenuti di valore.
Le reazioni sono state diverse, alcune totalmente negative, altre più possibiliste, come racconta Gabriella Longo. La verità è che difficilmente si può prendere una posizione netta su questa ipotesi che, a seconda dei punti di vista, potrebbe esaltare la centralità di Internet nelle dinamiche sociali più importanti, ma anche metterla eccessivamente in mostra in un periodo in cui i censori internazionali già la aggrediscono in maniera crescente. Forse è solo troppo presto, forse la Rete è ancora un germoglio che deve crescere in serenità.
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Nell’autunno del 1969 l’agenzia governativa statunitense ARPA (poi conosciuta come DARPA, in un eterno altalenare tra i due nomi) diede l’avvio a quella che sarebbe stata la più importante invenzione della seconda metà del ventesimo secolo: erano i primi passi di Internet, substrato indispensabile delle nostre vite contemporanee e tecnologia abilitante per tutte le invenzioni di rilievo successive. Nemmeno la peggiore delle distopie riuscirebbe ad immaginare un mondo diverso da quello odierno, senza la Rete e le sue ricadute profonde su ogni tecnologia di comunicazione, su ogni contesto sociale che abbia superato la soglia della civiltà.
Qualche anno fa si plaudiva, giustamente, a Tim Berners Lee ed al suo World Wide Web; oggi, con l’evolversi di nuovi protocolli e nuovi contesti d’uso, ci si rende conto di come Internet stia evolvendo molto oltre il concetto di pagina Web, di sito da navigare per cercare informazioni. Dobbiamo esultare per la capacità di rigenerarsi ed evolvere, di riscoprire quotidianamente gli strumenti di base ricombinandoli in nuove possibilità di interazione e comunicazione. Persino la posta elettronica sta conoscendo una nuova giovinezza, spesso nascosta sotto le spoglie di messaggi di servizio, a supporto delle applicazioni che girano su BlackBerry e similari.
La grande svolta di Internet è probabilmente avvenuta nell’ultimo lustro, quando i relativi protocolli e linguaggi hanno iniziato ad ibridarsi in maniera complessa con i linguaggi di programmazione “vecchio stile”. Molte persone hanno iniziato ad utilizzare il browser come strumento principale di lavoro senza nemmeno rendersene conto, accedendo ad applicazioni remote le cui interfacce e modalità di funzionamento si sono fatte ogni giorno più vicine a quelle del Web. Negli ambienti iniziali la Rete è diventata la metafora e il background in cui mischiare operatività quotidiana, comunicazioni top-down e primi accenni di flussi informativi tra colleghi.
Oggi possiamo goderci lo slideshow del Guardian che narra la storia di Internet, sorridendo su piccoli fallimenti e grandi successi delle tecnologie che si sono alternate sui nostri schermi nel corso di questi 40 anni. Ci sono sfide importanti ancora da giocare, come le decisioni globali sulla Net Neutrality o l’indipendenza della Rete da censori pubblici poco illuminati. Ciò che conta è che continuerà ad accompagnarci nella vita quotidiana e lo farà sempre più in maniera nascosta: il che è un bene, perché solo quando si capirà che la connettività è un’utility primaria al pari della corrente elettrica o dell’acqua potabile, il tutto potrà librarsi libero da vincoli.
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La notizia del giorno è la chiusura definitiva di Maestrini per Caso, storico blog italiano ormai agonizzante da mesi. La notizia della settimana la scomparsa dal Web di Paul The Wine Guy, fresco trionfatore ai Macchianera Blog Awards 2009. Si potrebbe andare avanti così, citando le scomparse dal Web di Dr. Pruno, SuzukiMaruti, Capitano: heavy users di social network che di punto in bianco abbandonano la scena e scompaiono.
FriendFeed in questo ha innovato il rituale dell’harakiri virtuale. Se i Maestrini lasceranno il loro account saggiamente intatto su Blogger, nulla scomparirà dalla nostra memoria storica; al contrario, coloro che hanno cancellato il proprio profilo da FriendFeed, hanno gettato nella confusione totale decine di utenti, discussioni, gruppi. FriendFeed infatti cancella ogni traccia dell’utente sulla piattaforma, lasciando decine di discussioni zoppe.
L’efffetto è straniante, perché da un lato ci si rende conto di quanto tempo si è dedicato a partecipare a discussioni che oggi non esistono più perché trascinate nel cestino insieme ai loro autori; dall’altro, ci si ritrova a leggere propri interventi decontestualizzati e spesso surreali, in risposta a item non più esistenti. Fioccano le discussioni del tipo “Ma che fine ha fatto Mr. X? Perché è sparita Miss Y?”, trascinando tutta la questione nel melodramma.
Dispiace, d’altra parte, quando un amico “virtuale” sparisce dalla circolazione. Può avere mille motivi per farlo, ma se la sua scomparsa comporta la cancellazione del proprio blog o del prorio profilo dal social network più utilizzato, in qualche modo ci si sente traditi e amareggiati. Sembra di essere nella clinica del Dr. Mierzwiak in Eternal Sunshine of the Spotless Mind: ci viene chiesto di dimenticare qualcuno che non vorremmo mai abbandonare.
Ci sono stati casi di contatti virtuali morti davvero ed in quel caso l’effetto è ancora diverso: gli interventi sulle piattaforme pubbliche rimangono, freezati nel tempo; quelli sui domini proprietari spariscono dopo pochi mesi, sostituiti da laconiche pagine che chiedono il rinnovo di domini ormai senza padrone; i profili sui social network, Facebook in primis, vengono sommersi da ricordi, condoglianze, segni di affetto postumo.
Essere heavy user di Internet oggi non è più un voler scappare dal mondo: al contrario, significa vivere costantemente in contatto con centinaia di altre persone, condividendo piccoli eventi quotidiani e grandi riflessioni sul futuro. Siamo esseri di parole ed emozioni, con una sola preghiera comune: smettetela di fare harakiri quando vi siete stufati di interagire col mondo. Freezate la vostra presenza, ma non cancellate i nostri ricordi comuni.
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In queste settimane di ozio forzato, una piacevole attività a metà strada tra virtuale e reale è stata l’avvio delle degustazioni previste dal blogger panel di Poggio Argentiera. Il lato virtuale è quello puramente legato allo spirito di marketing dell’iniziativa, nata e sviluppata attraverso il blog di Gianpaolo Paglia; quello decisamente reale è la possibilità di degustare dei buoni vini comodamente a casa, coi propri tempi e modi.
Che si tratti di professionisti o di semplici appassionati, coloro che hanno aderito al panel hanno sino ad ora dimostrato una buona curiosità per una serie di vini spiccatamente legati al territorio della Maremma: non particolarmente noti, ma assolutamente stimolanti. Sono vini ben raccontati dal produttore e dai suoi lettori, che interagiscono in tutta libertà sui propri blog o negli spazi ufficiali messi a disposizione dall’Azienda.
L’iniziativa è stata ben curata sin dal lancio, quasi un anno fa. Una selezione intelligente del panel (lontana dallo stereotipo del “prendo i primi 50 della classifica xyz”), una scelta di bottiglie con significati ben precisi, ma anche una buona gestione della logistica e del packaging. Una bella operazione di marketing che non a caso è stata recentemente ripresa, seppure con uno stile un po’ diverso, dallo staff di Francesco Zonin.
Nei prossimi giorni e poi a seguire nelle settimane successive, Pollicinor ospiterà le recensioni, del tutto amatoriali, dei sei vini ricevuti da Poggio Argentiera. Qui su .commEurope rimane invece questo memo destinato a chi blatera quotidianamente di corporate blog e poi non sa cosa consigliare alle aziende che chiedono un supporto per una presenza “utile” in Rete: Poggio Argentiera rimane una case history che merita rispetto.
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Video su YouTube: una concorrente di belle apparenze ad un quiz condotto da Gerry Scotti sciorina con sicumera i propri titoli accademici, comprensivi di un Dottorato di Ricerca. Il conduttore fa complimenti a ripetizione alla ragazza e propone la prima domanda. Com’è nello spirito del telequiz in quetione, Chi vuol essere milionario?, si tratta di una questione abbastanza sciocca: parte comunque il tempo ed il minimo di suspence dovuta ad ogni passo in questo tipo di trasmissioni. La giovane donna di Lecce risponde e Gerry Scotti sbianca: ha sbagliato ed in qualche modo il conduttore si sente in colpa.
Il video inizia a girare su YouTube insieme a tanti altri simili ed attrae numerosi commenti derivanti dallo sbilancio evidente tra la presentazione esaltata iniziale della concorrente e la figuraccia finale. Inizia ad apparire su un tumblelog e da qui si irradia progressivamente ad altri spazi su Tumblr, su FriendFeed, su Toluu e su Facebook. Cercando il nome della tizia su Google, la prima pagina di risultati contiene commenti sulla sua figuraccia, in mezzo a tracce sparse di sue omonime e accenni alla sua vita accademica. La signora d’altronde non ha un sito personale, né un blog, né un profilo su un social network.
Quando le parte la voglia di ribellarsi al pubblico ludibrio, la scelta cade sul profilo Facebook della sorella. Da lì inizia ad irradiare messaggi minacciosi a chiunque abbia in qualche modo linkato il video, ventilando il fatto che colui che lo aveva pubblicato su YouTube è corso a toglierlo una volta spaventato da una denuncia per diffamazione presentata a Carabinieri e Polizia Postale (così, per abbondare). I messaggi via Facebook contengono una serie di sciocchezze tecnologiche e legali e sono segno del fatto che qualcuno sta imbeccando la signora a farsi forte con chi l’ha pubblicamente criticata.
Tutti tolgono il video dai propri tumblelog e dai propri profili su social network, chi ha qualcosa da dire inizia delle flame war private con la signora, che continua a brandire azioni legali come un manganello. Non è difficile immaginare che nel giro di qualche giorno rimarrà giusto qualche traccia remota su Google, magari a pagina 35 dei risultati. Nelle nostre teste rimarrà comunque il ricordo di una che ha fatto una figuraccia davanti a milioni di spettatori, ma è preoccupata dal giudizio di una mezza dozzina di blogger che sottolineano il suo modo di fare tronfio, paragonandolo all’effettivo “successo” televisivo.
Lo stesso modo di fare che qualche giorno fa ci è sembrato di scorgere leggendo di tale Floriana Secondi, personaggio del Grande Fratello, che è finita sui giornali per aver prima avviato una rissa nel suo condominio, poi con le forze dell’ordine. Lo stesso modo di dire “Io sono stata in televisione e voi no”, lo stesso modo di preoccuparsi non per le proprie figuracce, ma per l’eco che esse hanno sui mezzi di comunicazione. La stessa arroganza nel voler negare gli avvenimenti, invece di preoccuparsi di non farli mai avvenire. Se vedrete scomparire questo articolo, la ricercatrice folle avrà di nuovo agitato la clava.
Filed under Televisione, Vita in Rete by Giuseppe Mazza