Televisione

Programmi e protagonisti della televisione passata e presente

31 gennaio 2011

Febbre alta in ambito home shopping

I primi numeri che circolano in merito al fatturato dell’e-commerce italiano nell’ultimo trimestre del 2010 sono del tutto lusinghieri. Il ciclone Amazon Italia ha ancora dispiegato parzialmente le sue ali e quello strano mix di crisi perdurante e ripresa che circola in questi mesi ha spinto molti di noi a ricorrere alle offertone tipiche del commercio elettronico. I valori totali, comunque, sono ancora sotto il potenziale mostrato nel resto d’Europa. L’osservazione vale in generale per il mercato delle vendite a distanza: già qualche anno fa Home Shopping Europe aveva debuttato sul mercato televisivo italiano osservando l’enorme delta rispetto in particolare a Gran Bretagna e Germania.

I risultati non erano tuttavia stati esplosivi: tutto il baraccone era finito nel’orbita del Gruppo Mediaset per definire Mediashopping, la piattaforma di vendita a distanza che negli anni si è contraddistinta per un approccio multicanale. Mediashopping vende in TV, ma anche negli ipermercati e soprattutto via e-commerce, sia in proprio che tramite una partnership con “la solita” Terashop. Grazie alla spinta portentosa della comunicazione sui canali Mediaset, nel tempo Mediashopping è diventata una realtà da decine di milioni di Euro di fatturato annuo, con un catalogo differenziato e non concentrato sulle carabattole come avviene nelle televendite sulle TV locali, esplose negli ultimi anni.

Oggi Mediashopping è un soggetto in profondo cambiamento: gli esperti ipotizzano a breve una trasformazione in Mediaset Me, canale con contenuti di intrattenimento oltre le televendite. Un tentativo di scalare il maledetto LCN, il posizionamento automatico dei canali del digitale terrestre, per cercare di risolvere la confusione attuale: basti dire che sul sito istituzionale Mediashopping viene oggi segnalato al canale 32; peccato che 32 è in realtà la posizione di QVC, il canale leader negli Stati Uniti che ha debuttato in Italia lo scorso autunno ed è al momento il peggiore incubo per Mediashopping stessa. Situazione piuttosto tesa, che sta per complicarsi ulteriormente.

Home Shopping Europe infatti tornerà presto in Italia, stavolta con mezzi propri e puntando sul Digitale Terrestre. Sulla scia di QVC (e di Mediaset Me?), LSE24 sarà un canale che trametterà televendite spettacolari, puntando su centinaia di ore di diretta ogni mese. Quello che invece non è chiaro per tutti e 3 i canali sarà l’evoluzione multicanale; da un lato si ha paura che Mediashopping perda per strada gli investimenti in “formazione” degli spettatori sulle potenzialità dell’e-commerce, dall’altro c’è grande curiosità rispetto a possibili accordi coi retailer da parte dei due grandi player internazionali. In ogni caso, si prevedono molte scintille (e tanti posti di lavoro in più).

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23 gennaio 2011

La settimana di Ruby e Signorini

A ottobre dello scorso anno la parabola di Ruby Rubacuori sembrava avviata a sgonfiarsi in uno sfarfallio di pixel, con la ragazzina destinata al dimenticatoio come una Letizia Noemi qualsiasi. La Procura di Milano, invece, non aveva dimenticato le possibili implicazioni legali dello scandalo politico-sessuale del Premier alle prese con una minorenne; ex nihilo, il caso è così riesploso negli scorsi giorni, con un poderoso faldone a base di intercettazioni e altre prove.

Il faldone, teoricamente riservato agli attori istituzionali coinvolti nelle fasi di autorizzazione a procedere rispetto a Silvio Berlusconi, ha avuto ampia diffusione online, con tutto il suo carico di numeri di telefono, rubriche, dialoghi privati, intercettazioni di varia natura. Coloro che negli scorsi mesi avevano sostenuto con forza i tentativi di legiferare in materia non aspettavano altro per dimostrare la “necessità” di un intervento rigido e profondo nel limitarle.

L’evento mediatico della settimana, ovviamente, è stato correlato alla vicenda: l’intervista di Alfredo Signorini a Ruby Rubacuori, dicono molti, entrerà nei manuali di comunicazione come esempio da manuale di lavaggio in profondità di un’identità profondamente macchiata. Entri entri “perversa” esci “maltrattata”, “sporca” esci “santa”, entri “furba” esci “sfruttata”; si dice che il lavaggio servirebbe a riqualificare il personaggio e indirettamente l’immagine del Premier.

La verità è che chi ha guardato l’intervista in diretta, era sufficientemente radical chic da avere già le idee piuttosto chiare su fatti e persone. Chi l’ha visto (e commentato) online, non aveva bisogno di quest’opera di convincimento, quindi al massimo ha ironizzato in merito. Così nei palinsesti di Mediaset hanno iniziato a riprendere e ri-contestualizzare l’intervista più volte, compreso oggi pomeriggio durante il contenitore su Canale 5, con tanto di dibattito.

Oggi probabilmente il tentativo di influenzare tramite l’intervista ha funzionato molto di più, anche grazie all’enorme frastuono accumulato in seguito alla puntata di Anno Zero e alle altre trasmissioni che nel frattempo hanno reso nota la vicenda anche a chi non era riuscito a coglierne le implicazioni e i contorni. Che sono quelli di un uso delittuoso e inopportuno delle intercettazioni da parte della magistratura politicizzata di sinistra contro il Presidente. O forse no?

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10 gennaio 2011

Ora la televisione italiana sta cambiando davvero

Tra gli item rilevanti del 2010 non è stato citato il passaggio di significative porzioni della popolazione italiana alla televisione digitale terrestre. Il tema è infatti ampio e in qualche modo ciò che si è visto negli scorsi mesi è l’inizio di un fenomeno che richiederà ancora un po’ di tempo per manifestarsi in pieno. I segni di un cambiamento culturale, però, sono ormai evidenti.

Se si guardano i principali dati Auditel del 2010, salta all’occhio come le reti tradizionali Mediaset stiamo perdendo terreno in favore dei nuovi canali: satellitari ovviamente, ma anche del digitale terrestre. Perde terreno Canale 5 e nonostante le scelte di programmazione molto discutibili (es. regalare tutti i sabati sera autunnali a Maria De Filippi trasmettendo le repliche di Don Matteo) Rai 1 resta la rete più seguita.

Peccato che notoriamente il pubblico affezionato alle reti Rai sia sempre più anziano e per di più nemmeno così interessante per i pubblicitari, visto che non di solo Algasiv vive l’uomo. Le altre reti tradizionali, come sempre, non sono nemmeno pervenute: nonostante gli sforzi, La 7 o MTV o Deejay TV non hanno mai ottenuto sufficiente credibilità. Il trionfatore numero uno, anche dal punto di vista dell’impatto culturale, è il satellite.

Chi ha tenuto d’occhio i risultati durante l’anno ha visto un trionfo costante sul target AA e posizioni significative sull’audience totale e certo solo per il campionato di calcio. È vero che il dato significativo della voce satellitare (quasi il 15% di media) è la somma di tanti micro-ascolti, ma la qualità dei programmi della piattaforma è ormai un fattore chiave nel panorama culturale italiano. Le piattaforme digitali costruiranno una propria dignità altrettanto significativa? O rimarranno il salvadanaio di Mediaset?

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21 novembre 2010

Oltre i cinque milioni

La buona notizia televisiva di queste settimane probabilmente non è il successo in sé di Vieni via con me, quanto che il boom di spettatori del programma non sia legato alla presenza di questo o quel personaggio noto, Benigni in primis. Di questo boom ogni analista sta dando una lettura diversa, ma in qualche modo la sensazione condivisa è che una volta tanto RaiTre sia riuscita ad andare oltre il pubblico radical-chic di riferimento.

Come ha notato Luca Sofri, negli scorsi giorni Beppe Severgnini è tornato sulla quantificazione di un gruppo di circa 5 milioni di Italiani, accomunati da consumi culturali elevati, come unico nucleo “informato” in mezzo alla massa del gregge degli elettori. Merito del programma di Fazio e Saviano sarebbe aver sfondato questo muro, riuscendo a “informare” un pubblico più ampio, magari fuori dal circolo degli antiberlusconiani militanti.

Essere “altoconsumanti” in termini di cultura e informazione vuol dire avere una base scolastica/universitaria adeguata e un reddito sufficiente per poter acquistare libri, sottoscrivere la pay TV satellitare, andare al cinema. Nel linguaggio Auditel è il target chiamato “AA” e ovviamente il “club” indicato da Severgnini coincide in larga parte con questo segmento, che gli analisti politici etichettano spesso come affine al Centrosinistra.

Ai nostri nonni suonerebbe un po’ strano, pensare che essere di Centrosinistra significhi essere parte del (o quantomeno venir analizzati nel) gruppo di persone benestanti amanti dell’arte e della cultura, della buona gastronomia e delle tecnologie dell’informazione, che si indigna a piè sospinto per il cattivo governo dei cattivoni di centrodestra ma poi è geneticamente incapace di eleggere rappresentanti migliori al Governo.

Il club degli acculturati-eternamente-all’opposizione non si nutre solo di Annozero e canali satellitari, anzi sempre più si vanta di non possedere nemmeno la TV. Funziona sempre più come riserva di caccia per editori e ristoratori, ma continua ad avere un rapporto infantile con la politica. Forse quando Saviano si butterà in politica lo seguirà. Forse al contrario lo ignorerà del tutto, aspettando un altro idolo da esaltare. In TV, in libreria.

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10 ottobre 2010

Parma, colonia Mediaset

È una città deliziosa. Parma rappresenta a tutti gli effetti una punta di diamante in termini di vivibilità e qualità della vita. Più animata della seriosa Reggio Emilia e più accogliente della fredda Piacenza, è una città piacevole da visitare, da vivere, da gustare. Un vero e proprio regno dell’enogastronomia e della cultura, che attrae quotidianamente turisti da tutto il Mondo e costituisce un esempio per molte città italiane.

Parma è da sempre città favorevole alla comunicazione: il quotidiano locale ha quasi 300 anni, la radio locale è stata la prima in Italia, nata a metà degli anni Settanta, quasi in contemporanea con la prima televisione locale. Così, pochi si sono stupiti della crescente attenzione che Mediaset ha dedicato a Parma, definita dai giornalisti “città-tubo catodico” per i set che si sono succeduti negli ultimi mesi per le strade.

Il culmine di questo rapporto tra il Gruppo editoriale e la Città lo si sta vedendo in questi giorni: Mediaset è media partner del Festival Verdi 2010, la più importante manifestazione culturale (e turistica) annuale: Fedele Confalonieri ha avuto grande spazio in fase di presentazione dell’evento e il logo Mediaset rifulge su tutti i cartelloni. Ma è in televisione che questa partnership mostra tutta la sua potenza.

Da parecchie settimane, i mini-spot del Festival Verdi accompagnano l’inizio di diversi programmi sulle reti Mediaset. In questi giorni, i collegamenti da Parma si moltiplicano, anche in trasmissioni nazional-popolari come quelli del pomeriggio. Per la prima volta, il Festival Verdi sembra un evento alla portata di tutti, “Parma e le terre di Verdi” diventano un punto di interesse anche per i non appassionati.

Tutto bello e positivo, perché la “democratizzazione” della musica alta attraverso la TV è importante, specie in previsione dell’imminente bicentenario dalla nascita del grande compositore e in considerazione della pessima presenza su Web del Festival Verdi. Tutto bello e positivo, anche se nei locali della città emiliana i cittadini hanno idee contrastanti sul perché Mediaset sia così attenta a “presidiare” la città.

In quei locali, i più maliziosi notano come Parma sia da anni nelle mani di un Centrodestra bizzarro, succube di Elvio Ubaldi, non esattamente un fedelissimo della coalizione oggi al Governo. Anche in considerazione dell’avanzata massiccia della Lega Nord, risulta importante non perdere un cuneo così importante nella (una volta) rossa Emilia Romagna, anzi potenziarlo e assicurarsi che resista nel tempo.

Sono voci senza fondamento, magari, basate sul solito pregiudizio che Mediaset e Forza Italia (o quello che è diventata) siano gestite in maniera coerente e sinergica. Magari è solo in’infatuazione dei Manager televisivi nei confronti della bella città. L’importante è che Parma ottenga i benefici di questa esposizione ancora a lungo. D’altra parte i Parmigiani sono furbi, non si lasceranno stordire da un po’ di spot.

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1 agosto 2010

Tra le due litiganti, l’incumbent gode

Si discute, sui forum dei calciofili, degli spot bizzarri che in questi giorni circolano sulle reti Mediaset: il messaggio è tipo “Da quest’anno 12 squadre giocano su Mediaset Premium”, ma poi i protagonisti della campagna (tra cui Gerry Scotti) elencano 10 squadre e mostrano i relativi loghi. Sul sito fino a qualche giorno fa regnava ulteriore confusione: squadre con vasto seguito come la Sampdoria una volta erano dentro e un’altra fuori; solo da pochi giorni a livello puramente testuale vengono elencate 12 squadre, ma rimangono 10 simboletti sui banner.

Peccato per questa confusione, anche perché sin dall’esordio la comunicazione di Mediaset Premium è stata contraddistinta da spot di buona fattura e bello stile. La sensazione è che stavolta si corra per cercare di recuperare sottoscrittori in extremis prima della partenza (manca ormai meno di un mese) del Campionato di Serie A, anche se la colpa di tutto questo disordine è della procedura di assegnazione dei diritti da parte della Lega Calcio, che ha fatto l’altalena tra Mediaset e Dahlia fino ad esaurimento delle disponibilità delle due piattaforme.

Proprio la piattaforma nata dalle ceneri di La7 Cartapiù è la vittima di questo teatrino infinito, visto che ora deve costruire la propria offerta su 8 squadre abbastanza marginali; l’unico vero asso nella manica sembra la copertura completa del calendario di Serie B, anzi di serie bwin (notevole esempio di sponsorizzazione, molto più efficace del pleonastico “Serie A Tim”). Peraltro, la copertura sul territorio è ancora quella che è e forse solo il passaggio definitivo al digitale terrestre su tutto il territorio nazionale potrà consentire una vera competizione.

Chi vince davvero a mani basse? Naturalmente, Sky. Che può permettersi di comunicare con efficacia la copertura di interi campionati internazionali e spostare perciò il focus della propria comunicazione sulla qualità del proprio servizio, interamente in alta definizione, giustificando un costo notevolmente superiore dei propri abbonamenti. Sky è ancora l’incumbent in ambito pay TV e il prossimo debutto sul digitale terrestre (seppure con forti limitazioni) sarà uno sgambetto notevole a Mediaset e Fininvest. I maliziosi prevedono decreti governativi ad hoc.

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4 luglio 2010

In morte di Pietro Taricone

Le ore di apprensione per la sorte di Pietro Taricone ed il cordoglio che è seguito all’annuncio della sua morte probabilmente ci ronzeranno in testa per lungo tempo. Per il dramma umano, certo, ma anche per l’incredibile girandola di opinioni, ricordi, giudizi e commenti che ha contraddistinto la scomparsa di un personaggio che, (tendenzialmente) nel bene e (qualche volta) nel male, ha segnato il decennio appena concluso.

Che Mediaset non volesse lasciarsi sfuggire l’occasione per lucrare sul dolore si era già intuito quando le notizie provenienti da Terni erano ancora piuttosto frammentate e confuse: l’unica certezza era che a lottare con la morte c’era un uomo giovane e famoso. Le reti televisive si sono scatenate poche ore dopo, dando alla vicenda un taglio “personalizzato” che ricordava un po’ quello del lutto per Raimondo Vianello.

IIn questo caso, tuttavia, il fascino del personaggio e la storia peculiare erano manna dal cielo per programmi scandalistici e pseudo-giornalistici. Le trasmissioni dedicate all’evento su Canale 5 hanno fatto il boom di ascolti, riprendendo ad oltranza immagini vecchie di 10 anni e istituzionalizzando il ruolo di Pietro Taricone come “vincitore morale” della prima e di tutte le edizioni del Grande Fratello, reality show di punta della rete.

Un vero peccato, visto che il giovane attore negli anni si era allontanato in maniera evidente da quella esperienza, sia in termini di scelte di vita (fu molto discussa la sua “fuga in campagna”), sia artistiche: magari con ruoli marginali, ma film e serie televisive interpretate denotavano un percorso creativo in piena crescita. Il personaggio di Ermanno in Tutti pazzi per amore 2 sicuramente è stata una prova da attore brillante e consumato.

Non è stata solo Mediaset, tuttavia, a cercare di sfruttare l’attenzione collettiva per la morte di Pietro Taricone. Si sono sentiti in dovere di ricordare il personaggio autori di destra e di sinistra, con l’ennesimo sbracciarsi di Roberto Saviano a rasentare il ridicolo. La voglia di appropriarsi del personaggio da parte di Casa Pound (come era già avvenuto per Rino Gaetano) ha ulteriormente scatenato dibattiti spesso insensati.

Rimane il dolore per Kasia Smutniak e per la loro figlioletta, sbattuta in prima pagina dai giornali a caccia di dettagli sulla morte di quello che è già stato definito “il James Dean italiano”. Rimane la compassione per i genitori, perché perdere i figli è difficile e lo è ancora di più quando sono così giovani. Rimane la pietà per una vita spezzata per spavalderia, ma anche la tristezza per chi ora non potrà più difendersi dal chiacchiericcio.

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20 giugno 2010

Pierluigi Diaco, arrogante di successo

Il successo iniziale di Pierluigi Diaco era legato al suo ruolo istituzionale di “giovane intellettuale”: veniva invitato in contesti in cui si destreggiava come una Susanna tra i vecchioni. Fossero trasmissioni televisive o radiofoniche, eventi politici o convegni imprenditoriali, Diaco portava la voce di una persona giovane ma, signora mia, veramente brillante. Un primo della classe appena uscito dalla scuola (apparve in TV a 17 anni), sempre pronto a parlare di musica, politica, economia e tendenzialmente di tutto lo scibile umano.

Il problema è che negli anni Diaco è invecchiato e non è riuscito a ritagliarsi un ruolo distintivo. Ha provato a buttarsi in politica, ottenendo solo irrisione e non consenso; ha cercato di interpretare a modo suo la professione di giornalista, su quotidiani di nicchia come Il Foglio o periodici di massa come Panorama; ha condotto trasmissioni eterogenee in televisione, finendo a litigare con gli ospiti. Nonostante questo altalenare tra auto-esaltazione e rischio-dimenticatoio, è comunque riuscito a guadagnare la stima di molti potenti.

Oggi Diaco conduce Unomattina Estate e per la prima volta ha l’opportunità di comunicare col grande pubblico di Rai Uno: ne approfitta fino in fondo e come ha notato Aldo Grasso è, in un certo senso, la sua consacrazione, il coronamento di un percorso di botte a destra e a sinistra, di ossequi verso i potenti di politica e show business. L’ex giovane sa della visibilità del suo nuovo ruolo e ne approfitta fino in fondo per comunicare ai telespettatori la sua visione del mondo, della vita, della società, della cultura.

I suoi siparietti acidi con Georgia Luzi ormai sono famosi, la sua arroganza fa rabbrividireil suo enciclopedismo stupisce chi non lo conosce e non di certo in positivo. Diaco sa di avere successo  su alcuni target, perché sa come interpretare in chiave populistica le sue occasioni di confronto con ogni microfono sotto tiro. In fin dei conti, Filippo Facci aveva già scritto tutto di lui quasi dieci anni fa, quando si temeva che Diaco ce l’avrebbe fatta davvero. Per ora non è andata così, speriamo continui a rendersi ridicolo ancora a lungo.

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19 aprile 2010

Raimondo Vianello, né totem né eroe

Quando pochi mesi fa è scomparso Mike Bongiorno, tra valanghe di tweet e video televisivi, saltava con forza alla luce come nella costruzione postuma del mito si fosse preferito esaltare gli anni della giovinezza, anche con qualche eccesso: non solo Rischiatutto o Lascia e Raddoppia, ma addirittura la figura di Bongiorno-partigiano. Merito soprattutto delle numerose interviste agiografiche maturate negli ultimi anni della propria vita, da Fabio Fazio in giù. Questo aveva creato una situazione surreale, con l’ex vicepresidente di Mediaset ritratto di continuo come eroe della Rai dei tempi d’oro, come incarnazione dell’Americano liberatore dell’Italia dai Nazisti.

Solo in Rete qualcuno ricordava anche il Bongiorno “cattivo”, quello che insultava le vallette che si permettevano di ironizzare sullo sponsor di turno o utilizzava le trasmissioni Fininvest come mezzo di propaganda politica. Voci minoritarie, comunque, visto che lo stillicidio a distanza Piersilvio Berlusconi vs. Mike Bongiorno vs. Silvio Berlusconi in qualche modo aveva posto il conduttore dalla parte dei “buoni”. Quella parte che ora a Raimondo Vianello sembra definitivamente preclusa. I giudizi verso quest’ultimo sono unanimi e prescindono dalla parte politica; anzi, sembrano unanimi proprio perché in qualche modo non c’è rischio di travisare la sua posizione politica.

In Italia, d’altronde, vita ed opere di qualsiasi personaggio noto vengono ormai letti solamente in tale chiave. Raimondo Vianello assurge così ad “eroe della Seconda Repubblica” grazie alla sua presunta coerenza politica di uomo di centrodestra in uno scenario profondamente mutato di decennio di decennio. Si vedono in televisione alcuni siparietti con Ugo Tognazzi, ma ci si affretta a ricordare come i cattocomunisti al potere ai tempi (?) non li vedessero in maniera così positiva; scorrono in TV, su Internet, persino nella camera ardente, le immagini di Casa Vianello, l’opera dell’anzianità che viene sistematicamente letta come sigillo della vendita al diavolo della propria anima.

La sua “colpa” è quella di essersi calato sempre più nei panni dell’impiegato modello: non gli viene criticata tanto la giovinezza nella Repubblica Sociale Italiana quanto la vecchiaia vissuta tra la casa di Milano 2, l’Ospedale San Raffaele, la chiesa di Milano 2, gli studi di Cologno Monzese. Quell’ultima parte della sua vita diventa per alcuni ingombrante testimonianza di fiducia incondizionata verso il proprio datore di lavoro, per altri semplice segno di affetto per chi ha rilanciato la coppia un tempo famosa (e molti altri, Mike Bongiorno compreso) negli anni in cui la Rai l’aveva messa nel dimenticatoio. Ed oggi i più giovani conoscono Vianello soprattutto come ex conduttore di Pressing.

I più grandicelli, ricordano Sandra Mondaini nei panni di Sbirulino farsi promotrice, tra i primi in Italia, delle campagne contro la lotto del cancro; pochi ricordano la coppia in obbrobri artistici come Crociera Vianello, eppure sembra ai più che solo quest’ultima fase riesca a connotare il “vero” Vianello, il pater familias un po’ burbero ma in fin dei conti dal cuore d’oro. Si cavalca il mito piegandolo al proprio sentimento, utilizzandolo come totem dell’antiberlusconismo o come interprete sincero dei valori familiari dell’italiano medio. Poi si guarda l’ultima esibizione pubblica significativa e si scopre che in fin dei conti è morto un vecchietto come tanti altri. Non un eroe, non un totem.

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21 febbraio 2010

Il Festival di Sanremo e i segnali del Paese reale

Febbraio 2009: all’ultimo giro di votazioni del Festival di Sanremo un brivido scorre per l’Italia. La triade finale è formata da Sal Da Vinci, da Marco Carta e da Povia: se vince il primo è un brutto segno (il trionfo dei neomelodici?), se vince il secondo è un bruttissimo segno (la musica italiana è in mano ai talent show?), se vince il terzo è un pessimo segno (l’Italia è così omofoba da appoggiare chi odia i gay?).

Alla fine, vince il giovane sardo Marco Carta, sia al televoto (con quasi il 60% dei voti), sia nelle classifiche di vendita dei dischi (con oltre 120.000 copie). Tutti si convincono che ha vinto il male minore, che in fin dei conti ‘sto ragazzotto allievo di Maria De Filippi non è così male, che è la solita canzone d’amore sanremese: viene consacrato un nuovo “Big” della canzone italiana, idolo delle ragazzine.

Febbraio 2010: all’ultimo giro di votazioni del Festival di Sanremo il terrore scorre per l’Italia. La triade finale è formata da Marco Mengoni, da Valerio Scanu e dal trio Pupo-Emanuele Filiberto-Luca Canonici: se vince il primo è un brutto segno (il trionfo di X-Factor?), se vince il secondo è un bruttissimo segno (di nuovo un prodotto creato nel laboratorio di Amici?), se vincono i terzi… No comment.

Alla fine, vince il giovane sardo Valerio Scanu ed è sancita nuovamente la superiorità del programma di Canale5 rispetto a quello di Rai2 (che comunque si consola col primo premio al “giovane” Tony Maiello). Poche decine di minuti prima, Maurizio Costanzo ha lasciato il suo segno indelebile sulla finale del Festival; poche ore dopo, la trasmissione della De Filippi scorrerà sull’ammiraglia Mediaset.

La loro egemonia culturale è sempre più palese. E questo Festival di Sanremo così surreale, con le Tagliatelle di Nonna Pina mischiate con la Banda dei Carabinieri mischiata con Dita Von Teese mischiata con la Fiat di Termini Imerese è un degno specchio del Paese reale, quello da cui gli heavy users di Internet, che stravedono per i (pochi) cantanti “eleganti” saliti sul palco dell’Ariston sono lontani anni luce.

La rivolta degli orchestrali contro il podio di Sanremo 2010

I monarchici populisti vs. gli orchestrali in rivolta, i fan dei talent show vs. gli intellettuali che stravedono per la vincitrice del premio per la critica. Qualcuno ha qualche dubbio su chi vincerà le prossime elezioni? E quelle successive? E quelle di fine legislatura? Se ce l’ha, è perché ha infilato la testa sotto la sabbia e non ha colto quelli che una volta erano “segnali deboli” ed ora sono tronchi di albero.

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